Lo Stabile inizia l’autunno colorandosi con l’Arlecchino di Strehler e Soleri

Quando alla fine di uno spettacolo ci si accorge di avere gli occhi umidi vuol dire che quello che hai visto ti ha preso il cuore. Se questi occhi umidi li si riscontra anche negli spettatori vicini allora non si tratta più di un'emozione soggettiva, ma di quel fascino e magia che solo il teatro, quando è di alta qualità, riesce ad infondere nell'animo di tutti.
Questo è accaduto sabato scorso alla prima alla Corte di Arlecchino servitore di due padroni di Strehler, uno spettacolo bandiera del Piccolo Teatro, che in vent'anni di passeggiate per il mondo ha accumulato 1065 repliche e milioni di applausi, in tre successive edizioni. Uno spettacolo che malgrado la sua età non è certo un reperto da museo, anzi!, che dimostra invece la sua irresistibile ed ineguagliabile vitalità. E qui viene la differenza tra un regista come Strehler ed altri, il suo Arlecchino ha la capacità di catturare gli spettatori di qualsiasi generazione e cultura concentrando la genialità drammaturgica di Goldoni.
Strehler è entrato nell'«innocenza» della commedia da inarrivabile animale da teatro, resuscitando l'immortale spirito della farsa che la anima. Niente di più pignolescamente calcolato che sembri più inaspettatamente improvvisato; tutto sembra nascere lì per lì, sul momento, per generazione spontanea. Affidata all'incalzare di un tempo regolato al cronometro e di un tono che non cede d'un soffio, un'inesauribile cascata di lazzi mimici, fonici, acrobatici, tradizionali e inediti, tutti pertinenti, che si rovesciano sulla platea in visibilio. Un trionfo della fantasia allo stato di fanciullesca genuinità.
Strumento primeggiante a tal risultato Ferruccio Soleri, Arlecchino infaticabile, tutto punte spiritose e geometriche funambolerie all'interno di una gran classe recitativa. Un attore che dietro la maschera nera da gatto che ne nasconde il viso oramai solcato dalle rughe che gli ottantadue anni non possono non avergli regalato, offre un personaggio da lui così vissuto e amato per più di cinquant'anni che allo stesso Streheler ha fatto dire: «Ferruccio, io non capisco, tu invecchi, ma il tuo Arlecchino è sempre più giovane. Ma come fai?».
I tre atti si susseguono l'uno dopo l'altro con squisita levità, goduti dal primo sino all'ultimo da un pubblico attento e ricettivo anche di giovanissima età. 180 minuti di grazia e maestria, indubbiamente un capolavoro del teatro italiano.