Staccata la spina: morto PIergiorgio Welby

Il medico anestesista Mario Riccio racconta gli ultimi istanti di vita di Welby: "Gli abbiamo somministrato un cocktail di medicinali per sedarlo e abbiamo staccato il respiratore". Esplodono le polemiche

Roma - È morto Piergiorgio Welby. Un medico gli ha staccato la spina praticando l'eutanasia. ll decesso è avvenuto alle 23.59 di mercoledi. L'annuncio è stato dato da Marco Pannella dai microfoni di Radio Radicale. I particolari sono stati rivelati nel corso di una conferenza stampa indetta dall'Associazione Luca Coscioni, di cui Welby era co-presidente. "Welby ha accettato la sedazione per via venosa - rivela Mario Riccio - medico anestesista dell'ospedale maggiore di Cremona e membro della Consulta di Bioetica di Milano -. Così gli abbiamo somministrato un cocktail di medicinali. L'operazione è durata quaranta minuti. Contemporaneamente abbiamo staccato il respiratore. Tengo a precisare che le due operazioni sono avvenute simultaneamente". Negli ultimi istanti della sua vita nella stanza di Welby erano presenti familiari e amici: la moglie Mina, la sorella Carla, il segretario dei Radicali italiani Rita Bernardini, Marco Pannella e Marco Cappato.

Sessanta anni, Welby, malato da lungo tempo, lo scorso settembre Welby si era rivolto al Presidente della Repubblica chiedendo il riconoscimento del diritto all'eutanasia. Giorgio Napolitano aveva risposto dicendo di auspicare un confronto politico sull'argomento. Due mesi dopo, però, le condizioni del malato si erano notevolmente aggravate. Il 16 dicembre 2006 il tribunale di Roma aveva respinto la richiesta dei legali di Welby di porre fine all'accanimento terapeutico, dichiarandola "inammissibile", per via del vuoto legislativo su questa materia. Secondo il giudice esiste il diritto di chiedere l'interruzione della respirazione assistita, previa sommministrazione della sedazione terminale, ma è un "diritto non concretamente tutelato dall'ordinamento".

Nelle ultime settimane si era acceso il dibattito sull'eutanasia, dividendo le coscienze dei cittadini e dei politici. E' di ieri il parere del Consiglio Superiore della Sanità: "Le cure che lo tengono in vita non sono accanimento terapeutico". Affetto da una terribile malattia degenerativa, la distrofia muscolare amiotrofica, da tempo Welby non poteva più parlare né compiere movimenti ed era costretto a stare su un letto attaccato a una macchina per respirare. La "lotta d’un poeta per il diritto di morire quando vuole": è così che il New York Times aveva scelto, ieri, di raccontare la sua storia. "Molti pazienti la cui sopravvivenza dipende da una macchina - scriveva il quotidiano statunitense - non sono coscienti e non hanno la possibilità di dire se vogliono vivere o morire ma Welby è ancora pieno di parole, dure e toccanti, parole che potrebbero cambiare il modo in cui l’Italia pensa all’eutanasia e alle altre scelte a disposizione dei malati terminali per porre fine alla propria esistenza. E mentre il lungo dramma di Welby - scriveva ancora il New York Times - sembra avviarsi all’ultimo atto, praticamente ogni giorno le prime pagine dei giornali riportano la cronaca delle questioni politiche, etiche e religiose che il suo caso rappresenta".