Staccate la spina quando smetto di sognare

Staccate la spina appena smetto di sognare. Non voglio diventare un non morto, uno che rimane sul confine, il corpo da una parte, l’anima dall’altra. Quando arrivo alla frontiera fate in modo che la passi, senza passaporti, carte da bollo, burocrazia. Dite a Caronte di portarmi in fretta, senza rimpianti, non è detto che dall’altra parte si stia male. E se c’è il nulla, pazienza. Tanto in quel caso io non ci sarò. Non voglio restare su questa terra con un frammento di vita, un vuoto a perdere, un hardware senza più un sistema operativo. Non voglio vivere in una stanza d’ospedale, con un cuore che batte a vuoto, carne senza sangue. Mi fido di chi mi sta vicino, di quelli che mi conoscono, di chi ha visto qualche volta brillare i miei occhi. Non serve altro. Non servono parole. Non mi dispiace dormire un po’, ma non voglio svegliarmi al buio. Mi fa paura. Non voglio vagare nel limbo, lì dove restano le cose che non riusciamo a perdonarci. E, soprattutto, non voglio rompere le scatole a nessuno. Non voglio che qualcuno guardi le mie piaghe da decubito. Non state lì a immaginare i miei pensieri. Se il coma è irreversibile staccate la spina. Solo un suggerimento: ricordatevi che io arrivo sempre in ritardo. Quindi, aspettate un po’: mesi non anni.
L’ultimo, importante, favore. La mia morte non è un affare di Stato. Non voglio giudici, notai, moralisti, preti, matrix e porte a porte, veline, opinionisti, politici e cantanti, a tracciare i confini della mia vita e della mia morte. Non sono né Guelfo né Ghibellino e come Mercuzio dirò a chi si avvicina: «La peste a tutt’e due le vostre famiglie. Avete fatto carne da vermi di me». Tutto quello che dovete fare, fatelo in fretta. Basta poco, basta uno sguardo di pietà. E una citazione letteraria: aspide o cicuta. Non voglio vedere le mie poche foto sui giornali, e qualcuno che in redazione sentenzia: questa l’abbiamo già messa, meglio quella lì in pantaloncini e con la maglia numero 14». E per il mio testamento biologico scelgo le parole di Totò, ’A livella: «Sti ppagliacciate ’e ffanno sulo ’e vive. Nuje simmo serie, appartenimmo à morte!».