Allo Stadera salgono in cattedra i clandestini

L’Arci organizza corsi di arabo tenuti dagli immigrati, che in cambio ricevono lezioni di italiano: «Qui non si guarda al permesso di soggiorno»

Tre anni di corsi in lingua araba per italiani. Diplomati? Nessuno. Già, il circolo di via Palmieri non è una scuola con tanto di docenti doc, prove d’esame e d’abilitazione. Al civico 8 di via Palmieri, gli insegnanti sono i vicini di casa: sì, gli arabi che popolano il quartiere Stadera e che ottengono in cambio lezioni di italiano. Iniziativa firmata dall’Arci che riscuote successo soprattutto tra gli anziani. Motivo? «Siamo costretti a convivere con musulmani di ogni specie e così, almeno, tentiamo di capire qualcosa quando li incontriamo su e giù per le scale» confida una frequentatrice della scuola. Che è un locale arredato sommariamente con vecchi tavoli, sedie spaiate e una libreria con volumi che vanno dalle poesie di Mao-Tse Tung alle memorie del Che.
Già, è un circolo Arci che, tra l’altro, offre una «scuola popolare per donne straniere», uno sportello casa e legale ma pure uno «di orientamento per cittadini migranti». Iniziative che declinano tutte inesorabilmente sulla china dell’ideologia e del buonismo. Guai però a dichiararlo agli organizzatori, «noi combattiamo contro quelle condizioni di schiavitù e di ricattabilità cui sono costretti tanti immigrati che lavorano nel nostro Paese, i ghetti urbani in cui vengono rinchiusi e che ripropongono con urgenza la necessità di una nuova legislazione in materia di immigrazione». Traduzione: far sparire la Bossi-Fini che «sarebbe un primo concreto aiuto ai “migranti”».
Il solito minestrone che viene rivenduto per oro colato a chi è costretto ad imparare qualche parola d’arabo per tentare di migliorare i rapporti di vicinato. Impresa, quest’ultima, non facilissima allo Stadera: le brevi delle cronache milanesi un giorno sì e l’altro pure fotografano una realtà al limite. Ma questo non è politicamente corretto per gli operatori del circolo Arci che, a denti stretti, ammettono il fallimento della loro iniziativa: «Speravamo ci fosse una maggior risposta per i corsi di lingua araba». Vuoti in classe che sono però colmati dagli stranieri che vogliono spiaccicare due parole in italiano, «e qui si insegna senza guardare se c’è o no il permesso di soggiorno». Aggiunta che fa la differenza per quella scuola intestata a Driss Moussafir, l’immigrato ucciso da un’esplosione mentre dormiva su una panchina in via Palestro.