"Stadi indecenti e ultras Il calcio è sotto assedio"

Fabio Capello contro l'Italia. Il ct dell’Inghilterra sale in cattedra a Parma: "Siamo in mano ai teppisti. E nessuno fa nulla. Per un club, siamo il Paese più difficile dove lavorare"

Parma - «Il nostro calcio così non va! Siamo al limite dell’indecenza». Te lo dice in tutti i modi. Ovviamente in italiano, ma immerso nel suo vissuto spagnolo ed inglese. Fabio Capello per un giorno fa il ct dell’Italia dello sport, il professore e il presidente, il fustigatore e il conducator. Lancia l’allarme. Ed è allarmista, pensando al mondo ultrà. Blitz italiano a Parma, la città del gran tradimento ai tempi di Tanzi (firmò qui e invece andò al Real Madrid). Sei ore di Italia, non di più. Un’ora di convegno per spiegare la differenza fra il management calcistico in Italia, Spagna e Inghilterra. Ad ascoltarlo studenti del Master in Organizzazione dello sport e dello spettacolo sportivo, voluto dall’Università di Parma in collaborazione con StageUp. Una pennellata su tutto e tutti: dagli stadi decrepiti che ci rovinano la faccia, al faccia a faccia con Lippi. «Firmerei per trovarci di fronte alla finale del mondiale, altro che inno di Mameli». Poi di nuovo in volo. E ieri sera eccolo in tribuna all’Emirates Stadium per vedere Arsenal-Liverpool. Che dire? Capello come un panino mangiato di fretta. Però succoso e dal retrogusto amaro.

Ha cominciato così: «Faccio una piccola prolusione». Ed ha parlato 20 minuti, stracciando tutto quanto fa Italia del pallone. Severo e spietato, realista e dispiaciuto. Chi ascoltava avrà capito perché John Terry non abbia aperto bocca davanti alla degradazione.
Capello è partito da un tema classico: Italia senza stadi di proprietà. «Per le società una jattura: non hanno immobili da mettere a bilancio. In Inghilterra sono tutti di proprietà, in Spagna quasi. In Italia impossibile costruirci intorno qualcosa. Chi mai ti dà le licenze?». L’ambiente: «All’estero è bello vedere famiglie allo stadio, padri con i bambini, c’è tranquillità. Ti inorgoglisce. Da noi nulla di tutto questo. Speriamo migliori la security in vista dell’Euro 2016». Il merchandising: «Esci da San Siro e trovi chi vende maglie taroccate. In Spagna e Inghilterra i venditori vengono messi dentro e condannati. Non c’è protezione per nessuno, superiamo qualunque decenza. L’Italia è il Paese più difficile dove lavorare per una società di calcio».

I media: «Da noi il potere numero uno spetta alle tv. E la moviola decide se una partita è regolare o no. In Spagna le radio hanno potere assoluto, a qualunque ora. Pensate che la trasmissione più diffusa andava in onda da mezzanotte alle due. E io dicevo: a quell’ora dormo. Mi rispondevano: ti svegli, poi torni a dormire. In Inghilterra comandano i giornali. I quotidiani politici, a partire dal Times, dedicano 5-6 pagine allo sport».

Capello rivisita un’Italia dalla scarsa cultura sportiva, con atleti poco educati («Giusto espellere per le bestemmie»). C’è un appeal disperso. «Si è perduto il fascino di una maglia, ai grandi giocatori non interessa più venire da noi. E non è solo questione economica. L’Italia non va e non ce ne accorgiamo. Di recente, alcuni tecnici stranieri mi hanno chiesto: Fabio, vediamo stadi mezzi vuoti. Cosa vi sta succedendo? Dobbiamo tornare ad essere quello che siamo sempre stati».

Questo è un Paese in cui un imprenditore che entra nel pallone «crede di poter cambiare il mondo e dopo quattro mesi pensa di saper tutto». «Invece a Madrid, sei sotto il tiro dei soci e, per essere presidente, devi presentare una fideiussione personale di 50 milioni di euro». Ricorda che, in realtà, Berlusconi è stato unico. «Nel 1985 ci disse: voglio la squadra più forte del mondo, col gioco migliore e che diverta la gente. E noi a pensare: solito sbruffone che entra nel pallone. Invece fu la svolta di un’epoca. Una volta mi mandò ad Amsterdam a vedere Van Basten. I dirigenti dell’Ajax mi regalarono una foto della squadra con sotto scritti tutti gli sponsor. La feci vedere a Berlusconi. E lui: Galliani, bisogna trovare 500 milioni in sponsor! La risposta fu: ma non ci sono, non si trovano! Invece si trovarono e guardate oggi quanto contano le sponsorizzazioni. Troppo? Non ancora, visti certi bilanci in rosso».

L’Italia che fa male è quella incapace di disfarsi degli ultrà. «Siamo in mano loro. Bisogna prendere decisioni e non si ha il coraggio di prenderle. Diciamo: No ai mortaretti! E si continua. No agli striscioni! E continuano. Quello che è proibito al Nord, al Sud è permesso. Questi vogliono essere protagonisti e noi li aiutiamo ad esserlo. Dovremmo ignorarli, evitare di far vedere cose brutte ed invece ci si appella al diritto di cronaca. E, allora, avanti così!». Avanti così, ma non per lui che se ne sta nel regno d’Inghilterra. Tornerà? Magari per diventare presidente della Juve? Alla domanda ha evitato, per due volte, risposta diretta. Forse non gli spiacerebbe. Ma si è limitato all’ovvio. «Non ci ho ancora pensato. Ora sono preso dal mondiale e da John Terry». Strizzata d’occhio e via.