«Stagione fallimentare» nel Pd volano gli stracci

Il senatore Polito boccia gli anni dell’Ulivo: scelte conservatrici. Il ministro Santagata: «Vattene»

da Roma

Non siamo ancora alle scomuniche ufficiali, ma tutto già sta lì a far credere che alle purghe ci si arriverà presto, nei Ds e dintorni, dopo il flop del professore e le precedenti «incomprensioni» sul sistema elettorale e quant’altro nel centrosinistra.
L’antipasto, del resto, è già in tavola. Perché a un ragionamento di Antonio Polito - senatore ulivista eletto in quota Margherita - pubblicato ieri dal Foglio in cui si additava «il conservatorismo» come causa primaria della sconfitta del premier, ecco che sempre ieri mattina faceva la sua comparsa sulle agenzie di stampa un breve comunicato di replica del ministro per l’Attuazione del programma di governo Giulio Santagata. «Dopo aver letto il gustoso saggetto di Polito - faceva sapere lo strettissimo collaboratore del premier - non mi chiedo perché Prodi, unico a battere la destra alle elezioni per due volte, debba restare nel Pd, di cui è fondatore e presidente, ma piuttosto cosa impedisca a Polito di seguire le orme del suo volenteroso amico Capezzone». Due, tre righe con l’effetto di una raffica di mitra. Per invitare l’ex direttore del Riformista ad affiancare l’ex segretario radicale, passato ormai nel centrodestra dopo la sfiducia che Pannella è riuscito ad avere per lui. Una fucilazione alla schiena, sintomo di rabbia un tantinello inattesa. Anche perché quale indegno delitto aveva commesso Polito nella sua disamina sul giornale di Ferrara? Si era limitato a constatare che «il prodismo aveva portato per la seconda volta al fallimento del centrosinistra perché, a dispetto di tutta la sua retorica palingenetica e rinnovatrice - a suo modo di vedere - è essenzialmente, socialmente e politicamente, conservatore. Per di più, in un’epoca di cambiamento - aggiungeva Polito - cui non si addice per l’appunto il conservatorismo».
Qualcuno ha provato a sostenere ieri che la replica di Santagata, avvelenata manco l’avesse punto una tarantola, non fosse magari farina del suo sacco. Gli «amici» del Professore l’avrebbero spinto a scendere in pista. Sarà più o meno vero, più o meno falso, ma la cosa non sembra avere rilevanza. Ne ha invece la reazione isterica a un’analisi (da sinistra) che boccia inequivocabilmente Prodi e i prodini. Perché, rileva Polito, l’ulivismo affonda inevitabilmente le sue radici «nell’Italia delle partecipazioni statali e dell’Iri... ma anche di papa Montini e dei cattolici democratici; una Italia dirigista che è stata spazzata via dalla globalizzazione, dalla nuova economia, dal mercatismo e dal nuovo spirito religioso».
Un ulivismo, spiega ancora Polito, con chiare «estraneità genetiche al riformismo» e che sa solo abbarbicarsi per sopravvivere «ad uno sbandierato intransigentismo morale e istituzionale». Un vuoto programmatico che si riempie di «un pieno etico che s’incarna nell’antiberlusconismo». Ma anche la chiusa del ragionamento del senatore dev’esser suonata come «irricevibile accusa» nelle stanze di Palazzo Chigi dove già s’impacchettano gli effetti personali di ministri e funzionari uscenti. Scrive infatti Polito che, a parte il peccato capitale del conservatorismo, Prodi non ha potuto stavolta giocare manco la carta dell’europeismo che aveva agitato nel ’96 né ha potuto contare sull’opportunità di andare in crisi in un conflitto di merito con la sinistra radicale. Molto più banalmente è scivolato su una buccia di banana giudiziaria, lui che sulle inchieste di Mani pulite edificò la sua emersione nella politica italiana.
Un accostamento questo, che deve aver fatto ribollire il sangue nelle vene del Prof e dei suoi adepti. Tant’è che Santagata ha tuonato. E che nei prossimi giorni ci si attende un «molto perturbato» in tutta l’area del Pd. Magari riusciranno a evitere i pogrom, ma le purghe sono lì lì per partire. Se ne vedranno delle belle al momento della compilazione delle liste.