STAGISTI a 50 anni

Per ritrovare un lavoro si mettono a fare la gavetta come i loro figli ventenni. Boom negli ultimi sei anni

di Giacomo Susca

Entrare in ufficio in punta di piedi, passare ogni giorno da una scrivania all'altra, fare da tappabuchi quando serve, compilare un registro di cosa si è fatto durante la giornata, confrontarsi con i tutor, sopportare gli sguardi di sufficienza di certi colleghi, accontentarsi di un rimborso spese e fremere in attesa di un contratto. Quella che è la normale gavetta per un ventenne, diventa un uragano che può stravolgere l'esistenza di un uomo o di una donna superato il giro di boa della mezza età.

Vita da stagisti a 50 anni (come minimo). Non è il titolo di una commedia leggera. Qui non c'è Robert De Niro a interpretare il ruolo di un pensionato settantenne, vedovo, che decide di rimettersi in gioco ripartendo da zero come accade nello Stagista inaspettato. In Italia gli «stagisti inaspettati» sono padri e madri di famiglia, persino nonni, tutti quegli italiani «espulsi» dal mercato, ex cassaintegrati, beffati dalla legge Fornero, sospesi nel limbo della disoccupazione mentre la pensione si allontana come un miraggio. Ma che non si arrendono. E si ritrovano, adesso, a percorrere i passi dei loro figli o nipoti. È uno dei tanti (...)

(...) paradossi trascinati dall'onda lunga della crisi. I volti e le storie di chi, pur di riconquistare posizione e dignità perdute, si rimbocca le maniche e riparte dal gradino più basso della piramide lavorativa, svelano una realtà per molti aspetti sorprendente.

TIROCINANTI «INVISIBILI»

Scattare una fotografia dei tirocini in corso non è un'operazione semplice. Un'indagine della Camera di commercio di Monza e Brianza quantifica in oltre 320mila gli stagisti ospitati da circa 215mila imprese. Da notare che, tra questi, la quota dei laureandi o dei laureati si ferma al 31,9% (uno su tre) e ciò dimostra come l'età media dello stagista nel nostro Paese si stia spostando sempre più in là. Interessanti i dati elaborati per il Giornale dall'Osservatorio mercato del lavoro dell'area metropolitana di Milano: certificano che su 30.500 tirocini extracurriculari (quelli, cioè, svolti al di fuori dei piani di studio universitari o scolastici) attivati lo scorso anno, il 6,8% ha riguardato over 40 e over 50. Significa oltre duemila lavoratori «maturi», a cui vanno aggiunti altri quattrocento coetanei che hanno intrapreso la stessa strada nei primi mesi del 2016, passati dagli sportelli del Centro per l'impiego di via Strozzi a Milano, pronti a giocarsi la carta dello stage per riavere un posto. Il fenomeno è in crescita: sono sei volte più numerosi rispetto al 2010. Se le proporzioni riscontrate nel capoluogo lombardo fossero mantenute anche a livello nazionale, si potrebbero stimare in 20-25mila gli stagisti ultraquarantenni e ultracinquantenni al lavoro nella pubblica amministrazione, nelle fabbriche, nelle aziende o nelle attività commerciali da nord a sud.

LANCIARE UN PARACADUTE

Per il sistema-Paese i «senior» a caccia di un'occupazione rappresentano un'anomalia da risolvere, se non un'emergenza sociale da arginare. Sebbene l'occupazione degli over 50 negli ultimi tempi stia crescendo a ritmi perfino superiori in confronto alle fasce d'età più giovani, l'Istat parla di «polarizzazione» perché di fatto le difficoltà di ricollocamento restano enormi. Per incentivare le assunzioni, il governo ha previsto «sconti» contributivi per le imprese. Non basta. Sempre più spesso sono agenzie per il lavoro, società di outplacement, fondazioni, associazioni, Regioni ed enti locali a farsi carico della questione. E a lanciare un paracadute verso chi è «naturalmente» discriminato dal mercato: a parità di competenze, nessun datore di lavoro (o quasi) è disposto a scommettere su un signore dai capelli grigi piuttosto che su un ventenne. La Regione Marche nel 2015 ha messo sul piatto due milioni di euro per il ricollocamento di over 30, ma soprattutto over 45. Le regole sono chiare, massimo sei mesi di stage, minimo 25 ore a settimana, per prendere l'indennità di 650 euro mensili è necessario avere lavorato il 75% delle ore previste. Per evitare abusi, alle aziende è richiesto di assumere almeno un terzo dei tirocinanti ospitati. I risultati dicono che su circa 280 ultraquarantenni che hanno già concluso un'esperienza di tirocinio, ad almeno la metà è stato offerto un contratto nella stessa azienda in cui si sono fatti «conoscere», specie nel settore manifatturiero, nell'industria del mobile e nel turismo. A Cremona, intanto, quello che a novembre scorso è nato come un esperimento sta dando già esiti positivi. La Provincia e la onlus Fondazione Comunitaria hanno investito circa 430mila euro per il reinserimento di disoccupati da 45 anni in su e privi di ammortizzatori sociali. In trecento hanno aderito al progetto Quar-k - Quarantacinquenni ok, con 120 aziende coinvolte, e da gennaio sono già partiti una trentina di stage, dalla durata massima di tre mesi per 160 ore totali. «Così diamo la possibilità ai datori di lavoro di provare gratis una persona che probabilmente non avrebbero mai preso, e poi decidere se confermarla o no a proprie spese», spiegano le coordinatrici. Ai tirocinanti viene garantito un assegno da 700 euro al mese, molto meglio di un «reddito di cittadinanza».

LE STORIE: VITE «IN PROVA»

«Non racconto favole: lo faccio per i soldi», confessa Rossella, 61 anni, nonna. E stagista. Dopo più di quindici anni da partita Iva nella cosmetica professionale, una «riorganizzazione aziendale» la lascia a piedi. Quattro anni alla ricerca di un lavoro, cioè «di quello che a noi sessantenni non vuole dare più nessuno. Il mio sogno è creare una start-up di cucina, ma figurati se alla mia età me lo lasciano fare...». Oggi Rossella si alza alle 5 del mattino e va a dare una mano in un chiosco di giornali. «Sacrificio? Per me è quasi un gioco rispetto a quello che ho sempre fatto. E pensare che il mio capo, anzi il mio tutor, ha 35 anni... potrebbe essere mio figlio! Di sicuro, passati i tre mesi di stage, io non smetterò di combattere». La stessa grinta ce la mette Barbara, che a 46 anni sta vivendo la sua settima vita (lavorativa). Laurea in Relazioni pubbliche allo Iulm di Milano, bancaria dietro a una scrivania per 13 anni, le dimissioni («ero stufa della routine»); poi dietro al bancone di un bar in provincia, ché «c'era da pagare il mutuo». Fino all'ennesima svolta. «Ho preso i brevetti, ho fatto le valigie e mi sono reinventata istruttrice subacquea nei resort e nei diving club dall'Egitto alla Thailandia... ma non puoi vivere tutto il tempo in costume da bagno e infradito. Ed è un lavoro fisicamente troppo pesante». Barbara è tornata a Cremona anche per stare con i suoi genitori. Ci ha provato (da pendolare e precaria) in un'azienda di servizi per l'editoria, però non è rientrata tra gli assunti col Jobs act. Alla fine ha bussato al centro per l'impiego. «Cercavano una receptionist non giovanissima in uno studio di commercialisti: ho accettato. Ora sto imparando a districarmi tra dichiarazioni dei redditi e scadenze fiscali. Ho sempre imparato nella mia vita, ci riuscirò anche stavolta».

RINASCERE A 60 ANNI

Sta ripartendo da zero pure Antonia, all'alba dei 60 anni, metà dei quali passati a gestire un bar col marito da cui adesso ha deciso di separarsi. «Non reggevo più quella situazione - si sfoga -. E stando ferma a casa, per un periodo mi sono persino rilassata. Ma avevo bisogno di rendermi indipendente. Ho dovuto cercarmi un lavoro, scrivere un curriculum perché non l'ho mai fatto prima. Mi ha chiamato una ditta che fa pulizie in negozi e uffici. Ho fatto il colloquio, tempo due ore mi hanno presa. Inizio alle 7 e stacco alle 10, tutti i giorni. È un lavoro duro, però in fin dai conti è quello che ho sempre fatto anche quando avevo il bar. Tra i colleghi sono la più vecchia, però io a differenza dei ragazzini non mi lamento...». Antonia può sorridere di nuovo.

Ma alla riconquista della serenità ci si arriva passo dopo passo. Superando privazioni e, a volte, umiliazioni. Quinto, 57 anni di Ascoli Piceno, sposato con due figli da mantenere agli studi, non vuole parlare degli ultimi anni passati «a chiedere favori agli amici, a collezionare lavoretti qua e là». Per più di trent'anni con una posizione sicura nel settore contabile di un'azienda, «mai saltato un giorno di lavoro», poi la crisi e «14 mesi senza stipendio». Prima di mollare tutto e affrontare l'incubo della disoccupazione. Con il programma della Regione Marche, Quinto si è rialzato. «Dopo sei mesi di stage mi hanno offerto un contratto part-time per una cooperativa sociale di assistenza e trasporto disabili. Mi occupo della gestione del parco macchine, e do una mano su tutto il resto». Ammette: «Prendo tre volte meno rispetto allo stipendio precedente, ma l'importante è non stare senza far niente, bisogna tenere la testa occupata, sennò...». Quinto, come molti coetanei conosciuti durante il tirocinio, vede il traguardo della pensione «col binocolo». «Abbiamo fatto i conti. Siamo noi a piangere, non la signora Fornero. Non si possono prelevare i soldi sempre dalle stesse tasche». Nonostante tutto, Quinto si prende la rivincita. «Ora sono tutor, aiuto i giovani di venti o trent'anni a inserirsi in azienda. Eh sì, alla mia età posso insegnare qualcosa anch'io...».

Giacomo Susca