Staiti, lo scudiero col vizio di demolire il suo capo

Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo«Un carrierista sco­lorito che non ha futuro» di Tomaso Staiti di Cuddia della Chiuse, 77 anni. Il testo, originariamente pubblicato sulla «Padania», è stato ripreso nel 2004 da Leo Siegel e Mariano Congiu nel loro «Finimondo» (edizioni Seb, 125 pag). Stai­ti, deputato dell’Msi tra i ’70 e gli ’80, uscì da An in polemica con Fini.L’altroieri Staiti ha ascoltato seduto in prima filail comizio per «aspiranti futuristi» di Fini a Milano, esprimen­do poi forte apprezzamento per il presidente della Camera. Ecco quello che scriveva su di lui solo pochi anni fa.

di Tomaso Staiti

Alla impertinente domanda di Giancarlo Perna: «Perché avete puntato tutto su Fini?», Pino Tatarella rispose quasi testualmente: «Perché Fini era sufficientemente scolorito per interpretare sia una politica radical-estremistica, che una svolta liberal-moderata».
Più che un suo epitaffio, sembra una pietra tombale posta sullo spessore politico e morale del personaggio Fini. Il 9 febbraio del 1999 Tatarella scompare, Fini si vede privato della sua stella polare politica e deve cercare di navigare da solo. All’inizio pensa di cavarsela facendo le stesse cose che aveva fatto, a partire dal 1978, con Giorgio Almirante, nel vecchio Msi. Stare attaccato alla giacca del leader, dire sempre sì, copiare gli atteggiamenti almirantiani, mutuarne, (a suo modo) l’eloquio, sposarne la demagogia e, soprattutto, non avere mai propri pensieri originali.
«Se mi è andata bene con Almirante, mi potrà andare bene anche con Berlusconi», deve aver pensato il giovane aspirante Forlani degli anni 2000!
(...) Sempre a modino, sempre composto, sempre «uomo in Lebole», quasi sempre silenzioso ed annuente, sempre con l’aria di chi ha pensieri profondi nella zucca, sembrava, come dicono a Roma, «nato con il fiore nel culo come le zucchine!». (...) Con l’aria compunta di chi crede in quello che dice anche se, chi lo conosce lo sa bene, in quel momento sta pensando ad altro. In realtà Fini è come l’ombrello: necessario quando piove, ma utile anche per proteggersi dal solleone! A patto che ci sia qualcuno a suggerirgli quando aprirsi e quando chiudersi. Come aveva appunto fatto fino al febbraio del ’99 Pinuccio Tatarella. La crisi di Fini e di An è cominciata da lì.
(...) Fotocopia sbiadita di Forza Italia per alcuni versi; del neodemocristianismo dell’Udc per altri; sballottata dalla Lega che la spiazza su tanti argomenti costringendola costantemente a giocare di rimessa sulla devoluzione, sull’unità nazionale, sull’immigrazione e financo sulle pensioni, An non ha più una identità forte, precisa, immediatamente riconoscibile. (...)
La crisi di An nasce da tutto questo; dalla neghittosità del suo leader; dalla vociante incapacità dei suoi cosiddetti «colonnelli», dalla perdita di ogni decenza politica di cui, il neocoordinatore La Russa, è la più palmare dimostrazione.
La crisi era già presente, prima ancora dell’evidenza elettorale; mascherata dalla finta baldanza, dal finto ottimismo, dal fastidioso presenzialismo dei vari La Russa, Gasparri e compagnia ghignante.
(...) E quasi tutti a pensare che dietro a quegli occhiali si celasse una grande intelligenza politica mentre invece, come aveva intuito Bettino buonanima, c’era solo il nulla.
L’uomo che non c’era e che finge di esserci, può pure continuare ad immaginare la politica come una carriera bancaria: tot anni, tot scatti; tot anzianità, tot aumenti di stipendio; ma abbiamo la netta sensazione che, questa volta, i suoi calcoli siano completamente sbagliati.
La destra da lui incarnata non serve a nulla, non rappresenta più nulla, non conta nulla.
Chi è senza passato e senza memoria, può anche avere un presente, ma, di certo, non avrà un futuro.