La stakanovista che vuole licenziare Veltroni

Giancarlo Perna

Imbottigliata nel traffico, Beatrice Lorenzin è in ritardo sull’appuntamento nella sede di Fi del Lazio di cui è coordinatrice da dieci mesi. Aspettando, giro lo sguardo su stanze in disordine e semivuote. «Sarà che hanno appena traslocato», penso. Infatti, sono da poco passati dal quasi scantinato dei tempi di Antonio Tajani a un ampio primo piano nei paraggi della centrale Piazza Mazzini. Apprendo invece con sorpresa che sono sottosopra perché stanno di nuovo traslocando. Vanno in via del Corso, vista Piazza del Popolo, centro del centro romano. «Una sede su tre piani. Qui, non c’era abbastanza spazio con due date elettorali come le politiche del 9 aprile e le amministrative di maggio», spiega una signora che mi fa compagnia in nome e per conto della ritardataria regina dei luoghi. Analizzo i fatti alla luce della rivelazione. Primo, se hanno bisogno di una struttura faraonica è segno che sono ringalluzziti e pronti alla pugna. Secondo, questa Lorenzin, due traslochi in pochi mesi, è un Napoleone in gonnella. La aspetto friggendo di curiosità.
«Scusi il ritardo. Stanotte ho fatto le due», irrompe con vivacità una fanciulletta glauca e bionda, con fluente coda di cavallo su cui poggia una vezzosa farfallina in filigrana d’argento. È l’attesa Lorenzin.
«Sembra Heidi. Nordica dalla testa ai piedi, come il cognome veneto», dico, squadrandola con piacere. È in divisa da signorina perbene. Tailleur con bordi di velluto, toppe di cuoio ai gomiti, stivaletti scamosciati con frange da apache.
«Mio papà è istriano di Pola, ma io sono romana di Roma», dice e mi siede di fronte dopo avere chiesto un caffè.
«Nata a Acilia, estrema periferia. Quasi Ostia», obietto, dati alla mano.
«Veramente sono di Casal Palocco, vicino all’aeroporto dove papà lavorava all’Alitalia. Ma va benissimo Acilia», concede. Per capire la precisazione, molto romana, bisogna sapere che Casal Palocco è zona elegante, Acilia meno.
«Perché le sta bene anche la modesta Acilia?».
«Lì ho iniziato a fare politica. La periferia, mix di borghesia e borgata, è un’esperienza preziosa. Mi è servita a dare una voce popolare a Fi», dice, contenta di potere parlare da leader.
«Non so né i suoi anni, né gli studi», dico riportandola a terra.
«Liceo classico, alcuni esami di Legge, un po' di giornalismo. Poi, è venuta la politica. Scuola di liberalismo alla Fondazione Einaudi e a 26 anni l’incontro con Fi. Ora ho 34 anni», dice. Entra una collaboratrice col caffè e un bouquet di fiori. «Omaggio di un signore», dice e le sussurra il nome. Capisco dal viso indifferente di Beatrice che è flora politica, non amorosa.
«Niente fidanzato?», mi impiccio.
«Ancora in attesa del principe azzurro».
«Coordinatrice di Fi per il Lazio, la Regione con Roma capitale. C’è di che tremare per una fanciullina, sia pure ambiziosa», osservo.
«Tutti i problemi sono superabili. Io li affronto uno alla volta, quando si presentano. E succede che ne risolva», dice con l’aria di chi non ne sbaglia una.
«Ha battuto per l’incarico aspiranti più anziani. Sarà stata all’altezza?».
«Giudicherete il 10 aprile coi risultati elettorali».
«L’ha favorita la fissazione del Cav. per giovani e donne?».
«Non una fissazione, ma una grande intuizione. Solo in Italia è difficile per i giovani e le donne emergere in politica. In altri Paesi, a 34 anni si è in fase avanzata di carriera».
«Lei è per le quote rosa?»
«Preferisco un cambio di mentalità verso le donne a quote fissate per legge. Ci si arriverà. Metà dell’elettorato è donna e l’approccio femminile ai problemi indispensabile».
«Lei è capo segreteria politica del sottosegretario Paolo Buonaiuti, ombra del Cav. L’ha raccomandata lui?».
«Raccomandazione è parola orribile. Paolo mi ha preso con sé quando ero responsabile giovanile di Fi nel Lazio. Mi ha dato una grande opportunità. Il resto è venuto da sé».
«È sostenuta anche da Cicchitto, vicecoordinatore nazionale».
«Sì. A Roma, dieci mesi, fa tirava male. Volevano una persona che desse nuovo slancio. Più ne definivano il profilo, più quel profilo ero io», dice con perfetta immodestia.
«Impegnata a Palazzo Chigi con Buonaiuti, come fa a fare anche il coordinatore?».
«Lavoro 18 ore al giorno. È la forza di noi donne, abituate a fare tre cose insieme».
«Deve trovare tempo di girare il Lazio. Sa quanti comuni ha?»
«Vediamo. La provincia di Frosinone ne avrà 60...».
«No, 91».
«Mi ha fregato... In tutto il Lazio saranno 700».
«No, 377. Sa dov’è Coreno Ausonio?», dico sadico.
«Boh», dice smarrita.
«Nel Frusinate», godo.
«In ogni modo domani sono a Marino, Tivoli, Ciampino. Dopodomani a Fiuggi e Cisterna», sbuffa divertita.
«Al suo cellulare, risponde sempre il segretario. Fastidioso. Un politico non dovrebbe avere filtri», predico.
«Se sono in riunione non prendo telefonate».
«So di sindaci e deputati imbestialiti con lei perché non riescono a parlarle».
«Basterebbe che, invece di insistere sul cellulare, lasciassero detto alle segretarie. Sarebbero richiamati. Ignorare il telefonino quando ho gente, è per me questione di educazione. Penso di dovere tutta la mia attenzione al visitatore, esattamente come faccio ora con lei», dice piccata, finisce il caffè e mi guarda con sfida.
Chi invece la loda sempre è il suo predecessore, Tajani.
«Coordinatore esemplare. Mi ha permesso di emergere, senza pregiudizi di sesso o di età. Altrettanto ha fatto con altri. Ha formato una generazione nata e cresciuta con Fi».
Con lei coordinatrice, c’è stato un esodo di forzisti romani verso altri lidi.
«Situazione ereditata. Il fuggi fuggi è cominciato con la sconfitta alle regionali 2004. Poi, è stata messa in piedi una scandalosa campagna acquisti di forzisti salterini».
Da chi?
«Del sindaco ds, Veltroni, che ha fatto del Lazio il laboratorio delle sue ambizioni nazionali. Il suo unico ostacolo, è Fi. Di qui, il tentativo di svuotarla con ogni mezzo».
Che vento tira per Fi nel Lazio?
«Tendenza molto positiva. Non solo sono cessate le fughe, ma c’è chi viene da noi. Le nostre manifestazioni sono strapiene. Costretti a mandare via la gente per mancanza di posti».
A maggio si vota poi per il Campidoglio. Veltroni è imbattibile?
«Dipende dalle elezioni politiche. Se vinciamo, come penso, cambia tutto. Veltroni è indebolito dalla giunta regionale di Marrazzo: immobile e impopolare. Tutto incide. Compresa l’ira delle periferie, ossia dei due terzi dei romani, totalmente abbandonate. Non credo proprio che Veltroni vincerà al primo turno e al ballottaggio ce la giocheremo».
Il Cav. è ottimista per le politiche.
«Condivido in toto. Gli italiani sono troppo intelligenti per non sceglierci visto quanto abbiamo fatto e faremo. Basta che ci confrontino con quel guazzabuglio populista del programma dell’Unione. Unica cosa certa è che vogliono affossare la riforma Biagi sul lavoro e quella Moratti sulla scuola. Uno schiaffo ai giovani».
Più forzisti i giovani o i matusa?
«Fan sono i giovanissimi sui 18-20 anni e gli adulti dai 33 in su».
Dovete aspettarvi un rinvio a giudizio del Cav. prima del voto.
«Un classico della propaganda di sinistra a ogni elezione. Gli italiani, intelligenti, sapranno cosa pensare di questo rito».
Come spiega agli elettori, l’aumento dei prezzi, le tasse non diminuite, ecc.?
«Effettivamente, il problema con noi dell’elettore, sta nel suo portafoglio. Dice: ero arcisicuro che mi avreste fatto stare meglio, invece no. Io gli spiego ciò che poteva capitargli se non fossimo stati noi a governare in tempi di vacche magre. Tasse e divieti che avrebbe messo la sinistra, ecc. Con noi invece, l’Italia è andata meglio di Paesi come Germania e Francia».
Gli italiani all’estero «valgono» 18 seggi. Quanti ne racimola Fi?
«In America e Australia non siamo messi male e abbiamo diversi fan. Mi arrivano spesso e-mail con l’annuncio che è stato fondato un Club di Fi».
Le piace l’arrembaggio elettorale del Cav.?
«Era ora. È il suo stile. Deve andare tra la gente, dire ciò che ha fatto e quello che farà. Emerge subito che è lui l’unico leader politico in Italia. Piaccia o no, è il solo. L’unico che assuma responsabilità».
Vede anche lei tanti comunisti in giro come il Cav.?
«Vedo il pericolo reale di una cultura dispotica. A lei sembra normale che presidenti di Municipi romani guidino le occupazioni di case? Che all’università di Roma III sia vietato vendere la Coca Cola? Che a me si dica: “Sei perbene, come fai a stare in Fi”? È una cultura che rifiuta l’altro. Questa intolleranza è il comunismo di cui parla il Cav. C’è, eccome».
Che pensa del Cav.?
«Grande uomo di Stato. Energia incredibile. Geniale. Ha intuizioni che precedono i tempi. Sempre primo in tutto. Abile...».
Apprezzo la sobrietà.
«Intelligentissimo. Certi titoli tipo, “L’ira di Berlusconi”, fanno ridere. Lui non è mai iracondo, sempre educato, garbatissimo».
Prodi?
«L’antitesi del politico. Gli manca la visione dell’Italia protagonista. Il suo valore, si sa: all’Iri, ha svenduto i gioielli di famiglia; nell’Ue si è appiattito sull’asse franco-tedesco, contro gli interessi del suo Paese».
Se vince lui che può fare di buono?
«Zittire la Cgil per sei mesi. Sei mesi, perché di più Prodi non dura».