Lo stampatello sta uccidendo il corsivo «Così i ragazzi perdono creatività»

Lo usa un adolescente su due. La grafologa: «Colpa dei professori, correggono i compiti più in fretta»

Enza Cusmai

Chi non capisce la sua scrittura è un asino addirittura. Il vecchio detto ormai non va più di moda. Almeno non tra gli adolescenti. Che hanno imparato ad aggirare l’ostacolo della bella grafia eliminando il problema alla radice. Quasi la metà, esattamente il 45% dei giovani tra i 14 e i 19 anni, ha abbandonato il corsivo e scrive solo in stampatello minuscolo, il cosiddetto «script». Lo rivela una ricerca realizzata da Giuliana Ammannati, pedagogista clinico e docente di filosofia e scienze umane, presentata in un convegno a Matera.
Dottoressa è così grave questo ripiego nel modo di scrivere dei ragazzi?
«Certamente, l’uso dello stampatello minuscolo rappresenta un assottigliamento della personalità, delle capacità espressive e creative personali. Accettarlo a scuola è diseducativo perché si svaluta una creazione libera del soggetto».
Sono gli insegnanti ad assecondare questo fenomeno?
«Purtroppo sì. Molti professori, specie di italiano, invitano i ragazzi a scrivere in stampatello per leggere con più facilità le verifiche».
Però anche i professori hanno diritto di correggere compiti leggibili.
«Certo, ma si deve raggiungere un compromesso. Il docente deve spingere lo studente a presentare i compiti in una grafia leggibile ma non deve pretendere lo stampato minuscolo. In questo modo il ragazzo si inibisce a tal punto da decidere di scrivere persino il proprio nome in stampatello. E questo è inaccettabile dal punto di vista educativo».
Perché?
«Se un docente dice a un ragazzo “tu scrivi malissimo” automaticamente tende a svalutare un suo comportamento perché la scrittura è un comportamento. Di conseguenza l’allievo, per non essere giudicato, si mette a usare lo script. Ma questa rinuncia a una capacità espressiva non lo fa sentire libero, lo porta a chiudersi in se stesso e a temere il giudizio degli adulti».
Come ha fatto a scoprire che tanti studenti hanno abbandonato il corsivo?
«Sono docente in un liceo di Pesaro in cui si adottano i programmi Brocca, che prevedono verifiche scritte quindicinali per ogni materia. Io insegno sei discipline e in dodici anni di studi ho esaminato una produzione sterminata di elaborati. Spesso venivo presa dal panico perché dovevo correggere compiti perfettamente identici ma scritti da ragazzi diversi e di classi diverse».
E come ha reagito a questa situazione?
«Ho elaborato alcuni questionari, facendo agli studenti domande come: ti vergogni a parlare di fronte ai compagni? Hai paura di non essere accettato? Poi ho cercato di convincerli a scrivere in corsivo e ho incontrato molte resistenze. Molti ragazzi mi dicevano che non riuscivano a rileggere quello che avevano appena scritto in corsivo oppure non si lamentavano perché non riuscivano a legare le consonanti».
Qualcuno dei suoi studenti ha abbandonato lo script?
«Sì, molti sono riusciti a recuperare il gesto grafico. Alcune ragazze mi hanno detto che una volta ripreso il corsivo sono state molto meglio perché gli è scattata una molla interna e hanno recuperato una capacità di relazionarsi con gli altri».
Quanto incide l’uso del computer e del cellulare sul modo di scrivere?
«Le nuove tecnologie purtroppo tendono a far dimenticare la scrittura. Ma sono strumenti da non demonizzare, bisogna saperli gestire e dominare».
Che adulto sarà il giovane che scrive solo in stampatello?
«Un adulto acritico che si conforma moltissimo. C’è il rischio che questi giovani diventino uomini molto passivi, poco autentici nella vita sociale, poco inclini a sviluppare un pensiero proprio».
Francia e Svizzera abbandonano il corsivo già dalle elementari. Sono in una situazione peggiore della nostra?
«Sì perché loro non hanno una tradizione pedagogica e formativa come quella italiana. Corsivo significa creatività e fantasia, due caratteristiche che hanno accompagnato i nostri più grandi artisti nel corso dei secoli».