LE STAMPELLE DELL’OPPOSIZIONE

Forse è vero che l’Italia l’è malada, come scrive la premiata ditta del malaugurio Bocca&Scalfari. Ma è vero anche che non si è mai vista nessuna malattia accolta con tanta soddisfazione. Altro che articoli: ormai sui giornali della sinistra chic escono solo editoriali di magia nera che s’esaltano nel descrivere le presunte catastrofi prossime venture. Fateci caso: se l’Italia l’è malada, purtroppo, attorno a lei ci sono pochi dottori. E troppi aspiranti becchini.
Il massimo, poi, è quando gli aspiranti becchini riescono a far rilanciare all’estero sussurri di pessimismo che vengono reimportati come se fossero oro colato. Come è accaduto nei giorni scorsi con la copertina dell’Economist che trasforma l’Italia nel «malato d’Europa» (ma perché i giornalisti dell’Economist tutte le volte che s’avvicinano al nostro Paese hanno l’acidità di stomaco? Sarà che s’abbeverano a fonti inquinate?). Ognuno, sia chiaro, è libero di amare il proprio Paese come meglio crede o non crede ma qui siamo andati oltre: ci avete fatto caso? È un istinto meccanico, un automatismo malefico e perverso. Una specie di circolo vizioso che ha il suo capostipite nientemeno che nel capo dell’opposizione Romano Prodi. E che si basa su un assioma autolesionista: se puoi fare del male al tuo Paese, fallo. In fondo che ci vuole? Basta mettere insieme tre o quattro supposizioni, le si marchia con l’imprinting straniero e via, il gioco è fatto.
E pensare che per recuperare un po’ di ottimismo basterebbe leggere questi preziosi saggi che arrivano dall’estero. L’articolo dell’Economist, per esempio, andrebbe mostrato nelle scuole di giornalismo per spiegare cosa un giornalista non deve mai fare. È una piccola compilation di luoghi comuni, banalità e giudizi basati sul nulla. Una specie di editoriale mascherato che non porta argomenti ma emette sentenze, che non cita dati ma arriva in fretta alle conclusioni. Di fatto, un minestrone che mette insieme di tutto, dalla Cirio alle elezioni in Sicilia, passando per l’invasione cinese.
Si fanno così le inchieste in Gran Bretagna? Questo materiale scarso e malamente ricicciato basta a giustificare l’immagine in copertina della Penisola con le stampelle? Se anche si volesse colpire il nostro Paese, ci chiediamo: non varrebbe la pena fare qualche sforzo in più? Almeno per rispetto di se stessi, della propria testata, di quel giornalismo anglosassone di cui tanto ci riempiamo la bocca ad ogni occasione.
Ecco, appunto, forse è venuto il momento di dire che non è così. Forse è venuto il momento di dire che il giornalismo anglosassone è una manciata di sciocchezze, che passa dagli errori pericolosi come quelli del Newsweek su Guantanamo ai clamorosi falsi scoop come quello che è costato il posto nientemeno che al re della Cbs Dan Rather, con in mezzo una miriade di articoli mal copiati (ricordate il giovane talento del New York Times costretto a dimettersi perché plagiava pezzi di testate locali?), di citazioni sbagliate (ricordate quando il New Republic rivelò che Giacomo Matteotti era stato ucciso a Napoli?), di nomi approssimativi (quanti Giovanni Fassino e Pierferdinando Fini abbiamo letto nella stampa british o Usa?). Per non dire delle zuppe inglesi ad uso meramente politico come quelle a cui ormai ci ha purtroppo abituati l’Economist.
Ma il problema non è tanto il giornalismo anglosassone: facciano quel che credano, chi se ne importa? Il problema è chi lo ispira e poi lo utilizza, anzi: chi lo ispira per poi utilizzarlo. L’Italia sarà pure malata, ma negli ultimi anni è stato uno dei Paesi più virtuosi dal punto di vista dei conti pubblici; ha ridotto le tasse; varato alcune grandi riforme, come quella del mercato del lavoro, che ha portato la disoccupazione a livelli bassissimi; ha avviato un grande progetto di rinnovamento delle proprie infrastrutture. Tutto si può criticare, tutto si può migliorare. Ma come fanno i cantori dell’Italia malata, come fanno a non vedere? Come fanno a trasudare soddisfazione ogni volta che possono chiudere gli occhi e ripetere che «lo dicono gli inglesi, andiamo a catafascio»? Che tristezza: per quanto grave sia la malattia dell’Italia è sempre meno grave della malattia che trasforma i giornalisti in Corvi & Iene. Dalla prima si può guarire. Dalla seconda, a quanto pare, no.