Fra gli stand la matematica è un’opinione

Il libraio Romano Montroni ha sostenuto, a proposito dell’industria libraria, che «la qualità è un fine che deve vivere in un principio di economicità». In altre parole, non basta che un libro sia bello o buono o «alto»: deve anche possedere un’aspettativa di vendita, altrimenti è fuori dal circuito del mercato. In compenso, ci sono libri qualitativamente scarsi, ma molto commerciali e dunque molto «economici» (per chi li vende). È probabile che lo stesso criterio valga anche per le fiere e per chi ci partecipa. In attesa da sapere da Maurizio Poma, direttore di Biella Intraprendere, la società che si occupa dell’organizzazione pratica, logistica e finanziaria della Fiera, quale sia il beneficio economico per gli espositori, lo abbiamo chiesto direttamente ad alcuni di loro e il risultato è una specie di conto della serva, non troppo noioso, speriamo.
Angela Urbano, della casa editrice Crocetti, che rappresenta bene le coordinate economiche dell’espositore medio, accetta di farci vedere i conti. Uno stand di 24 metri quadri, in posizione semicentrale costa, per i cinque giorni della Fiera, 2.280 euro, a cui va sottratto uno sconto del 10 per cento se si aderisce entro novembre dell’anno precedente. Siamo dunque a una base di 2.052 euro, a cui vanno aggiunti i costi di allestimento, vale a dire il noleggio di un tavolo e quattro sedie per un costo aggiuntivo di 1.560 euro. Eventuali altri tavoli e sedie si pagano a parte, a meno che uno non se li porti da casa. Un tavolo costa 40 euro. Aggiungendo l’Iva (scaricabile) si arriva a circa 4.700 euro. Poi ci sono i costi di trasferta, vitto e alloggio per il personale addetto allo stand, difficili da calcolare, ed eventuali retribuzioni di collaboratori. Arriviamo facilmente a una quota di 6.000 euro, calcolati per difetto. La domanda è: quanti volumi, o «pezzi» in gergo, dovrà vendere l’espositore per rientrare nelle spese? Il costo medio al pubblico di un volume Crocetti è di 15 euro; il profitto è circa 10. Dunque bisogna vendere 600 libri, 120 al giorno per i cinque giorni della Fiera. Per un editore come Crocetti, di qualità, il punto di pareggio è difficilmente raggiungibile. Sarebbe meglio vendere vino, olio o salumi. O capi d’abbigliamento, per esempio outlet di marchi d’abbigliamento, comprese le mutande.
COME I CONIGLI. I comunicati ufficiali sono oggetto di seria riflessione. La Fiera ha diciannove anni di vita. Ogni anno, secondo questo comunicato, l’affluenza di pubblico è sempre stata maggiore dell’anno precedente. Questi aumenti sono nell’ordine di alcune decine di unità percentuali. Quest’anno, per esempio, alle ore 13 di venerdì si era già verificato un incremento del 34 per cento rispetto alla stessa ora dello stesso giorno dell’anno prima. Il risultato ha superato le aspettative delle stesse Istituzioni. Dando credito a questi calcoli è probabile che entro pochi anni il Lingotto non basterà a contenere i partecipanti. Noi però abbiamo trovato ampi spazi deserti: quelli destinati agli incontri con i «professionali», cioè gli addetti ai lavori stranieri (agenti, editori, distributori). Suggerimento al pubblico: se siete stanchi e frastornati, intrufolatevi lì; non si fa la coda neanche al bar.
STRANIERI ECONOMICI. Un progetto denominato «Lingua Madre» ha portato a Torino una trentina di scrittori extraeuropei. Lodevole iniziativa. Si apprende fra l’altro che alcuni di loro scrivono già direttamente in italiano. Per esempio l’iraniano-torinese Hamid Ziarati, la guineana Aminata Fofana (che vive a Roma), l’algerino Ahmara Lakhous e l’albanese Ornela Vorpsi (che ha studiato a Milano). Tempi duri per i narratori indigeni, tanto più che gli stranieri sono per definizione molto più esotici e trendy, una vera manna per i critici. Per non parlare degli editori, che così risparmiano anche i costi della traduzione.
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