Stankovic l’ex raccomandato «Il segreto? Non ho ruolo»

Il pupillo di Mancini: «Siamo i più spettacolari d’Europa con il Barça. I gol? Ne faccio pochi, ma vengono bene».

Riccardo Signori

Quel ricamino è stato una cosa da Champions. Un gol da campioni. Dice: «Mi ha fatto un gran piacere: ne segno pochi, però mi vengono bene». E qualche volta cambiano faccia all’Inter, se non al suo destino. L’altra sera Dejan Stankovic è stato molto di più del «raccomandato» che tutti rimproverano a Mancini: da quando è arrivato all’Inter il tecnico ne ha fatto uno dei suoi uomini chiave, irrinunciabile se non per forza maggiore. Come Veron. E l’idea attizza fastidi e invidie. Quando l’Inter va e magari Stankovic segna, tutti felici. Quando l’Inter arranca tutti a chiedersi: ma perchè non lo cambia mai? Lo ha scritto nel contratto? Anche se fosse, meglio lui di certi svagati musi lunghi.
Ieri Stankovic è stato spedito in vacanza premio per due giorni. Domenica non ci sarà perchè squalificato: si goda il gol. Che la gente nerazzurra festeggia: basta poco per mandare gli umori alle stelle. Ieri si è aggiunta anche la vittoria della squadra primavera nel derby di finale della coppa Italia. Segnali di un cambiamento di rotta, magari inversione dello stellone? Stankovic è uno che a queste cose crede. Ed anche al bel gioco dell’Inter. «Quando ci muoviamo, come nel primo tempo contro l’Ajax, siamo fortissimi: grandissimi, possiamo battere tutti. In fondo l’Inter vince poco perchè le altre squadre non pagano i loro errori come noi». Dejan ha la voglia di vincere negli occhi. L’ha portata tutta all’Inter. L’ha messa in quel carattere da serbo magari un po’ rissoso, tosto e testone, che non vuol mollare mai. È uno di quelli che, in qualche modo, sta plasmando il carattere della squadra: troppo balzana, poco affidabile. Per il vero, di tanto in tanto è lui che si adegua all’Inter e non viceversa. Talvolta guizza e balla sulla fascia con soave lievità e non serve a niente. Talaltra s’infila tra le file avversarie come un coltello nelle carni. E fa male. Gioca dovunque. O come dice lui: «Il mio ruolo è non avere ruolo». Vorrebbe stare al centro, ma gioca meglio sulla sinistra. Ha sempre odiato la fascia destra, ma se occorre si adatta. È come questa Inter: potrebbe diventare grande. Ma non sai mai se lo diventerà. Potrebbe essere l’erede di Veron, ma forse gli manca lucidità nella regia e personalità esasperata. Ha la grinta di un Simeone ma la usa solo per se stesso, non riesce a trasmetterla agli altri. Stravede per Mihajlovic, un altro duro dal piede sopraffino, ma non ne possiede la strafottenza calcistica.
Quest’anno i suoi gol hanno una strana particolarità, ne ha segnati sei divisi per tre squadre incontrate due volte, uno per partita: Lecce, Lazio e Ajax. Però, con gli ultimi due, ha rilanciato l’Inter su quel piedistallo nel quale Stankovic crede fermamente: «Da due anni siamo la squadra più spettacolare in Europa insieme al Barcellona. Ma non basta». L’altra sera ha provato di tutto: qualche cross per Adriano, chissà mai non ci prendesse. Faticaccia immonda. Quando ha deciso di risolvere da sè, ha dimostrato a tutti che non è un raccomandato per caso. Puntare al gol quando meno te lo aspetti, sta nel suo Dna. Nel primo anno nerazzurro l’aveva fatto intendere. L’anno passato si è arenato ed ha rischiato tanto della reputazione. Quest’anno era partito forte, poi un incidente nel nome della nazional patria lo ha steso per un po’. «Per la patria ho dato una parte del mio muscolo, ma almeno ci siamo qualificati al mondiale. Ora fino al termine del campionato posso pensare solo all’Inter», ha raccontato. Ed infatti martedì ha spalancato alla squadra le porte dei quarti e del sogno carezzato a luci spente dalla sua gente: filar dritto verso la semifinale.
Walter Zenga, un altro pazzerellone made in nerazzurro, l’ha messo sull’avviso: «Stai attento, gli spagnoli del Villarreal sono brutti clienti». Sollecitazione inutile. «Sottovalutare? Nemmeno per scherzo. Ora ogni squadra ti può stendere». Ma c’è altro nel credo di Stankovic. Un’idea che vale per tutta la compagnia interista. «Mi manca la vittoria e sto dando tutto quello che ho dentro per arrivarci». Capito perchè Mancini se lo tiene come un amuleto? Questo non chiede carezze e sussurri di papà Moratti. Pensa a vincere. «Anche se nel calcio, non sempre vince il migliore».