Stankovic: «Soffrendo insieme si diventa grandi e si vince tutto»

Riccardo Signori

nostro inviato a Mosca

Tempo da brividi. Ma l’Inter c’è abituata. Se non sono brividi, non è Inter. Poi basta coprirsi. Basta Stankovic: una coperta per tutti. Con quella faccia un po’ quadrata, ma da scugnizzo furbo. Occhi che hanno lampi, gambe che rullano, piedi che sanno trasformare un pallone in oro. Molto più sicuro e rassicurante di quello che giocava nella Lazio. Anche di quell’altro niente male della prima Inter: gennaio 2004, in panca c’era Zaccheroni. Due Stankovic diversi. Conferma lui. «Questo ha più responsabilità, è una situazione che mi piace di più». L’Inter del dopo derby è tutto uno smanettare di gas, nonostante le turbolenze interne. Dejan Stankovic il suo tutore. Numero cinque sulle spalle come un antico centromediano metodista, l’altra faccia di Mancini: quella che va sul campo e gli somiglia pure nell’arte di segnar gol. Stankovic è uno dei suoi legionari di ferro. Ben ricambiato. L’allenatore ci ha puntato la credibilità. Ed ora sta raccogliendo frutti. Serbo che si porta dentro l’istinto del guerriero, Stankovic ha provato a fare una radiografia di questa Inter tra ieri, oggi e domani. Vediamo come.
COSA LASCIA IL DERBY. «Il ricordo di una partita quasi perfetta. Mi spiace l’esser rimasti in 10, perché il Milan è riuscito a recuperare. Sennò sarebbe stato un altro finale. Abbiamo dato tanto e sofferto fino in fondo. Vieira aveva una caviglia gonfia ed ha stretto i denti. Ma così si vince e si diventa una grandissima squadra: per vincere tutto».
QUALI AVVERSARI. «Il cammino è ancora lungo. Vediamo come vanno Palermo e Roma. Ma l’unico vero avversario siamo noi stessi. Se restiamo concentrati come nel derby non ci batte nessuno».
UN NUOVO STANKOVIC. «Rendo di più perché qualcosa è cambiato in me. Ho lavorato tanto e parlato tanto: con i compagni, con il mister. Cerco continuità, di sbagliare poco ed essere utile. Finora tutto è andato bene: serve testa e concentrazione per stare sempre al top».
SPARTAK: DENTRO O FUORI. «Nel derby fino al 70’ è andato tutto alla grande. Ora a Mosca ci aspetta un’altra finale. Sarà dura: freddo, campo sintetico, ambiente. Ci serviranno ancora grinta e voglia di soffrire. Non sarà facile. Nel primo tempo, a Milano, siamo partiti benissimo e si è vista la differenza tra le due squadre. Andiamo per vincere: occorrono due vittorie prima dell’ultima partita col Bayern. Gara da dentro o fuori? Io dico dentro».
COSA SIGNIFICA LA VITTORIA NEL DERBY. «Vincere ti fa star bene, ti dà una carica enorme per le altre partite. Ma ormai il derby è passato. Guardiamo avanti. L’anno passato abbiamo vinto la prima sfida col Milan, bella vittoria come quella di sabato. Ma poi avete visto il seguito».
CHE DIRE A MATERAZZI. «Non gli abbiamo detto niente perché abbiamo vinto. Sono contento per lui, per il suo gol, ho fatto gli auguri al figlio, ma poteva risparmiarsi quel cartellino rosso».
CONTRO PIRLO. «Ho vinto la mia partita. Quando gioca Pirlo, gioca tutto il Milan. Dovevo frenarlo, ho giocato a uomo. Non correvo molto e vedevo i miei compagni correre, soffrire un po’, ma era necessario fermare il gioco del Milan. Poi ho provato con Kakà. Alla fine correvamo tutti e dappertutto».
SOFFRIRE PER VINCERE. «Prima di andare a dormire mi sono rivisto la partita: a parte i gol, mi è piaciuta la prestazione della squadra. Nell’ultimo quarto d’ora abbiamo sofferto insieme. Ma è così che bisogna giocare. Senza preoccuparsi degli infortuni: abbiamo tanti titolari e tanta qualità. Ogni volta possiamo inventare qualcosa. Senza preoccuparci della stanchezza: quella si recupera, ormai siamo abituati al ritmo di una partita ogni tre giorni».
CON MANCINI ALLA MODA DI GATTUSO. «Mancini è uno che mi spinge a segnare, ha ragione quando dice che devo realizzare di più. Lui era già allenatore in campo. Ho segnato e l’ho afferrato, diciamo che l’ho scosso un po’. Quando segni, passi dieci secondi che non dimenticherai mai».