La stanza dei sogni sparita da Leningrado

Un libro-inchiesta sul destino dell’«ottava meraviglia del mondo». Fra traditori, servizi segreti e mercanti d’arte

Le armate del Terzo Reich premevamo alle porte di Leningrado. Alla mattina del 17 settembre del 1941 si combatteva nei parchi e nei sobborghi nord della città. In quello stesso giorno, un manipolo tedesco fece irruzione nel palazzo d’estate della zarina Caterina la Grande, nel sobborgo di Tsarkoe Zelo. I soldati si accomodarono sui sofà e sulle poltrone, dormivano esausti, senza togliersi dai piedi gli scarponi infangati. Due militari meno stanchi degli altri andavano in giro curiosando e, in una stanza al primo piano, strappando una copertura di tela e materiale da imbottitura, scoprirono qualcosa: tutta la stanza era foderata da scintillanti panelli di ambra lavorata, incorniciati da un fregio di legno, decorati con specchi e mosaici, e illuminati da 565 candelieri. Chiamarono un ufficiale, che accorse, e si iniziò a smantellare la ricopertura. Tre anni più tardi, nel marzo 1944, quando i curatori sovietici del palazzo di Caterina tornarono a Tsarkoe Zelo non trovarono più nulla: le pareti del primo piano erano spoglie.
Inizia così uno dei più celebri gialli storico-artistici della seconda guerra mondiale: il mistero della Camera d’Ambra. È la storia di un capolavoro settecentesco, unico al mondo, donato dai re di Prussia agli zar di Russia, rubato dai tedeschi nel 1941 e da allora misteriosamente scomparso. Una scomparsa a cui molti non si sono mai rassegnati. E così, dopo la guerra, è iniziata una caccia che ha coinvolto i personaggi più stravaganti e assortiti: storici dell’arte, agenti dei servizi segreti russi e tedeschi, giornalisti, scrittori, dilettanti con qualche squilibrio mentale. Sono state esplorate navi affondate nel mar Baltico, ci si è calati in vecchie miniere chiuse da decenni, sempre alla ricerca della favolosa Camera d’Ambra. Quella di cui il romanziere francese dell’Ottocento Theophile Gauthier, in visita al palazzo di Tsarkoe Zelo, aveva scritto così: «Solo nelle Mille e una Notte e nelle fiabe, dove l’architettura dei palazzi è affidata a maghi, spiriti e genii, si può leggere di stanze fatte di diamanti, rubini e altre pietre preziose».
Ora un nuovo libro affronta, forse per l’ultima ma certo non per la prima volta, il mistero di questo capolavoro da Mille e una Notte. Lo hanno scritto due giornalisti inglesi e lo traduce in Italia Corbaccio: Il mistero della Sala d’Ambra di Catherine Scott-Clark e Adrian Levy. La soluzione del giallo offerta dai due giornalisti non è nuova e probabilmente è la più condivisibile: la Camera, portata in Germania, andò distrutta durante i combattimenti dell’aprile 1945; ma il governo sovietico non accettò quella che era stata la prima versione dei fatti fornita dai suoi stessi funzionari e, anche per ragioni propagandistico-patriottiche, mantenne aperta la caccia al tesoro per almeno un trentennio.
Dopo Tsarkoe Zelo, infatti, il secondo luogo decisivo per la storia della Camera d’Ambra è Koenigsberg, cittadina tedesca sul Baltico, passata ai sovietici dopo la guerra e ribattezzata Kaliningrad. Qui la situazione iniziale si presenta rovesciata. Ora gli assedianti sono i sovietici, mentre i tedeschi sono in rotta. Il 10 aprile 1945 la città è devastata dai bombardamenti. Viene distrutto anche il museo del locale castello: era proprio lì, a quanto pare, che i pannelli della Camera d’Ambra erano stati portati dai tedeschi. Il mese seguente una commissione ufficiale d’inchiesta, guidata dallo storico dell’arte Aleksandr Brusov, raggiunge Koenigsberg e, dopo aver esaminato le rovine del castello e ascoltato vari testimoni, tra i quali il curatore del museo, Alfred Rohde, arriva a una conclusione inequivocabile: la Camera d’Ambra è andata distrutta durante i bombardamenti. A questo punto la vicenda parrebbe conclusa. Ma non è così. Bisogna tenere presente innanzitutto il contesto: i furti di opere d’arte erano stati all’ordine del giorno durante la guerra. Quasi ogni esercito aveva reparti speciali che si occupavano del “recupero” di capolavori. Gli stessi russi, entrando a Berlino, si erano impadroniti del favoloso oro di Priamo, la collezione di gioielli scoperta da Heinrich Schliemann negli scavi di Troia. Anche del tesoro di Priamo non si seppe nulla per decenni: solo dopo la caduta dell’Urss venne fuori che il tesoro era custodito nei sotterranei del Museo Puskin di Mosca. Dove sta tuttora, perché, sebbene Boris Eltsin volesse restituirlo per tenere buoni rapporti con i partner occidentali, il Parlamento ha deciso che il tesoro di Priamo resterà in Russia, come risarcimento per le razzie compiute dai nazisti. Innanzitutto, appunto, come risarcimento per il furto della Camera d’Ambra.
Nel cono d’ombra della guerra, dunque, sono scomparse molte opere d’arte. Alcune ritrovate, altre no. Lo sanno bene (o meglio, non lo sanno) anche gli italiani: il diplomatico Roberto Siviero, nel dopoguerra, ha recuperato molti pezzi artistici, ma svariate migliaia mancano ancora all’appello, come la testa di un Fauno scolpita da Michelangelo, rubata dai tedeschi al Museo del Bargello a Firenze. Nella sola Francia si è calcolato che le opere scomparse durante l’occupazione nazista sarebbero circa 40mila. In questo contesto, è naturale che anche la caccia alla Camera d’Ambra restasse aperta. Articoli comparsi sulla stampa sovietica iniziarono presto a sostenere l’idea che la Camera d’Ambra fosse tenuta nascosta da qualche «traditore» che, magari, l’aveva venduta agli americani. C’era senza dubbio in queste ipotesi anche un malizioso intento propagandistico e di disinformazione: del resto, i sovietici, pur tenendo sotto chiave l’oro di Priamo, sostenevano con la stessa faccia tosta che magari se l’erano preso gli americani (sono noti, peraltro, casi di opere d’arte asportate da soldati americani e poi restituite magari, alla morte del reduce, da qualche nipote pentito). Ma il caso della Camera d’Ambra era così clamoroso che sarebbe comunque rimasto aperto e destinato a calamitare, come è avvenuto, l’interesse di faccendieri, pazzoidi e investigatori dilettanti.
Scott-Clark e Levy, peraltro, ignorano beatamente ogni contesto. Del tesoro di Priamo parlano fugacemente come di «oggetti d’oro provenienti da scavi effettuati in Anatolia». La loro scheda biografica sul Maresciallo Zukov, conquistatore di Berlino, è semplicemente risibile: dicono che la sua carriera fu stroncata nel 1946 da «accuse di saccheggi», ignorando il suo contrasto con Stalin, la sua riabilitazione e il suo ruolo come ministro della Difesa con Kruscev. Le loro disavventure per ritrovare un libro sulla Camera d’Ambra scritto dall’agente della Stasi Paul Enke sono comicità pura: appuntamenti al buio, misteriosi abboccamenti, oscure strategie spionistiche, quando bastava andare in biblioteca! Magari, ma è solo un esempio, alla biblioteca dell’Università di Costanza, dove è appunto conservata una copia del saggio di Enke. Insomma, più che una seria inchiesta giornalistica sembra un’avventura di Totò e Peppino o una romanzo in stile Codice Da Vinci.
Meglio allora chiudere il libro e fare una gita a Tsarkoe Zelo, dove dal 2001 campeggia una riproduzione, perfetta in ogni dettaglio, della Camera d’Ambra. Tutto quello che resta di quell’opera da Mille e una Notte.