La stanza di Mario Cervi

Gentile dottor Cervi, lei giudica un po’ inverosimile, anche se non ne esclude la possibilità, la fucilazione del prigioniero Eugenio Pertini a opera dei tedeschi il 25 aprile ’45, in piena disfatta. Purtroppo la cosa non è affatto inverosimile, perché le autorità militari tedesche hanno continuato a fucilare anche quando la disfatta era già consumata, e non solo i deportati stranieri, ma gli stessi propri uomini. Lo scrittore Siegfried Lenz ha evocato magistralmente, nel suo racconto Ein Kriegsende, il caso del cacciamine tedesco incaricato, il 5 maggio ’45, di attraversare il Baltico pullulante di sottomarini russi, per raccogliere delle truppe rimaste circondate dal nemico in Prussia orientale. L’equipaggio rifiutò una missione, oltre che suicida, del tutto insensata, e, incoraggiato dal fatto che nel frattempo la capitolazione era stata firmata, si impadronì della nave e la riportò indietro. Processati da una corte marziale, i maggiori responsabili dell’ammutinamento furono giustiziati il 13 maggio, a guerra finita da cinque giorni su tutti i fronti. Dal racconto fu tratto anche un film, ma non mi risulta che in Italia abbia suscitato attenzione, come neppure l’opera letteraria da cui era ispirato, per quanto ne so.
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