La stanza di Mario Cervi

Spesso si assiste al fastidio che viene manifestato quando il politico cerca di tirare per la giacca il presidente della Repubblica di turno. In questi giorni Dante viene tirato per la giacca attraverso la lettura di un classico di quella letteratura che quando nacque non poteva certamente essere detta italiana. Provo fastidio nel notare che è in atto una strumentalizzazione di certi autori per fini politici. L’Italia nel XIV secolo non esisteva, era frantumata in tanti ducati, contee, repubbliche, marchesati, regni. Per nulla «calpesta o derisa perché divisa» come canta l’inno di Mameli, anzi, la penisola nel Rinascimento era al centro del mondo. Dante non ha alcuna attinenza con l’attuale unità della nazione, in quel periodo non esisteva neppure una lingua italiana, ma un cluster di dialetti locali, e fra essi fu quello toscano ad avere il sopravvento in un Paese dove le uniche lingue ufficiali erano francese, latino, spagnolo e tedesco. La Divina Commedia con certi ambienti e con certi ideali unitari non ha alcuna attinenza. Se si vuole leggere qualcosa di coerente con il concetto di unità si deve attingere alle opere degli autori attivi dopo il 1861.
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