la stanza di Mario CerviÈ ipocrita accusare la società tutta per il terribile delitto di Lecco

Le raccapriccianti sequenze di uccisioni non sui campi di battaglia, ma in famiglia, sono l'esito di micidiali corto circuiti mentali, praticamente imprevedibili. La paura del futuro, la mancanza di stabilità economica, l'opprimente crisi, destabilizzano le menti più fragili, con sbocchi letali. Poi ci sono i cosiddetti delitti d'onore, le rappresaglie per presunti torti subiti, i reati causati da uno stato mentale narcotizzato. Contro l'imperversante follia collettiva, molto sta facendo papa Francesco, le cui parole riconciliano con la saggezza e la sanità mentale.
Bergamo

Caro Sicari, lei tenta di sintetizzare -e lo fa molto bene- il groviglio di disperazione, di odio, di solitudine materiale e morale, magari anche di allucinato amore che genera le tragedie alle quali stiamo assistendo. L'eccidio di Lecco, per mano d'una donna portata dalle vicende d'una vita infelice all'uccisione delle tre figlie, ci lascia sconvolti. Nessun disagio economico e affettivo -questo dev'essere chiaro- può attenuare la gravità d'un atto così efferato. Non mancherà chi addebiterà l'orrore della strage a quella imputata universale che è la società: imputata perché incapace di dare appoggi materiali e ancoraggi istituzionali ad una famiglia disgregata e a una mente sconvolta. Credo che il mettere sul banco degli imputati la società sia un modo arbitrario e demagogico di spiegare l'inspiegabile, qualcosa che affonda nei più tenebrosi meandri della mente umana. La madre assassina ci ispira orrore e compassione assieme. Il marito che l'ha abbandonata ci ispira disagio: non per la fine d'un matrimonio -succede spessissimo lo sappiamo- ma per la insufficiente importanza data alla sorte della sua famiglia allo sbando. I vicini e i passanti no, ma lui avrebbe forse potuto temere o prevedere ciò che è accaduto, accorgersi dell'inferno emotivo che covava nella mente della madre delle sue figlie. Lei c'è ancora, con il suo inferno, loro non ci sono più.