la stanza di Mario CerviCassazione, ci vuole un argine contro la «ricorsomania»

Sarebbe opportuno sollevare il caso della VII sezione penale della Cassazione. A tale sezione, come gli avvocati ben sanno, su iniziativa del Primo presidente della Corte di Cassazione, in base a un criterio sconosciuto, vengono assegnati i ricorsi in Cassazione, con lo scopo di dichiararli inammissibili. I ricorsi inammissibili si presume superino il 70 per cento. Dichiarando l'inammissibilità, la VII sezione non apre il dibattimento e non entra nel merito del ricorso e quindi non applica, se è intervenuta, la prescrizione. Il condannato va in galera senza poter accedere al terzo grado di giudizio, che di fatto viene abolito.
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Non sono un esperto di diritto e la mia laurea in legge risale alla prima metà del secolo scorso. Ma avendo bazzicato i problemi della giustizia credo di ricordare che l'accusa rivolta alla Cassazione italiana - ispirata al modello francese - non sia quella di potare troppo i ricorsi, semmai sia quella d'esserne inondata perché - cito da un saggio - in Italia l'accesso alla Cassazione è indiscriminato, generale, non selettivo, non provvisto di filtri. La Cassazione, che dovrebbe accertare la legittimità e non il merito dei processi e delle controversie, nel merito entra spesso e volentieri (e qualche volta provvidenzialmente). In Germania e in Spagna i ricorsi in Cassazione sono poche migliaia, in Italia nel 2007 superavano i 100mila con tendenza all'aumento. Nella stragrande maggioranza i ricorsi - i penali soprattutto - non vengono avanzati nella speranza d'una modifica delle precedenti sentenze, ma a scopo dilatorio, per evitare l'arresto dell'imputato, per guadagnare tempo in vista della prescrizione. Può darsi che gli strumenti adottati, e da lei deplorati, per porre qualche argine alla ricorsomania siano imperfetti e vadano migliorati. Ma un argine - anche più solido degli attuali - ci vuole di certo.