la stanza di Mario CerviI cinematografari come Virzì lavorano anche grazie alla Brianza

«Gelida, ostile e minacciosa» definisce la Brianza il regista Paolo Virzì. Minacciosa coi cialtroni e i lavativi, di sicuro. Tuttavia siamo sinceri: che il brianzolo sia burbero e un po' «freddo» (più che altro, frettoloso), magari poco raffinato e poco incline ad alte meditazioni filosofiche, non è un mistero. Che ci sia una percentuale di evasori fiscali (meno che nelle regioni del «sommerso», comunque) che guidano il SUV con aria strafottente e sfoggiano sempre capi firmati, è vero. Ma la grandissima maggioranza dei brianzoli (nativi e acquisiti) e limitrofi, lavora sodo tutto l'anno e si fa un mazzo così. Da Monza a Lecco, da Como a Varese a Bergamo e dintorni ci sono zone in cui ogni villetta ospita un'aziendina gioiello – che spesso esporta eccellenza in tutto il mondo - dove titolari e dipendenti lavorano come tarantolati, per produrre tasse (tante) e reddito (quel che resta). Se fossero dipendenti statali avrebbero meno grattacapi e meno insonnia, ma più reddito e più salute. Questi soggetti «ostili» pagano le tasse che servono a mantenere i finti ciechi, i finti storpi, i finti forestali, i finti consulenti ministeriali e tutti gli altri ceti parassitari, compresi certi superpagati burocrati (Alitalia, Rai, Inps, Equitalia, Ferrovie, Poste, Ministeri, ecc.), i quali, vivendo gratis, non sono «gelidi» e nemmeno «ostili»... Ciò vale anche per autori e registi mediocri, che senza i soldi del contribuente non potrebbero fare i loro film; al massimo laverebbero piatti nelle mense. Proviamo a fare a meno delle tasse dei brianzoli, ma smettiamo di mantenere i «caldi e amichevoli» parassiti di cui sopra. Vediamo chi si stanca per primo?
Milano

Caro Dalla Villa, Paolo Virzì considera la Brianza «gelida, ostile e minacciosa». Io considero l'atteggiamento di Virzì insopportabile perché obbedisce ai più vieti luoghi comuni d'una retorica antilombarda. Non ho e non ho mai avuto indulgenza per gli slanci padani della Lega. Ne ho ancor meno per le viete lezioni di maestrini presuntuosi all'Italia che lavora, che rischia, che produce. Ai cinematografari quell'Italia non piace perché non si crogiola al sole intonando canzoni. Merita d'essere bollata come arida, avida, avara. L'Italia buona sta altrove, sta in una selva di posti burocratici per nullafacenti, sta nel meccanismo perverso delle raccomandazioni e delle protezioni. I signori delle centomila preferenze elettorali sono il vertice di questa costruzione clientelare. Poiché alcuni brianzoli - e i lombardi in generale - hanno fatto soldi con creatività imprenditoriale e non grazie alle mazzette, i cinematografari tendono la mano per invocare aiuto economico. Poi, volendo vendicarsi dell'umiliazione subita, infieriscono contro il cummenda volgare e la damazza che lo affianca. E per di più esigono denaro dei contribuenti - lombardi in primis - per sfornare pellicole, presunte portatrici d'un messaggio sociale, che s'infrangono contro il muro ostile del pubblico. Secondo Virzì la Brianza è ripugnante. Secondo altri lo è Verona. Infatti qualche anno fa un professore sudamericano che a Verona insegnava raccontò d'essere stato aggredito da una squadraccia di antisemiti. Il fatto fu commentato con raccapriccio da molti, in particolare da Repubblica. Che descrisse Verona come una sentina di rigurgiti fascisti, d'intolleranza, di volgarità. Risultò poi che il professore s'era inventato tutto. I commentatori virtuosi se la cavarono scrivendo che la vicenda era falsa, ma che il profilo di Verona tratteggiato prendendo le mosse da quella vicenda falsa era vero.