la stanza di Mario CerviI giudici una volta erano vecchi ma autorevoli. Ora solo vecchi

Caro Cervi, circa quarantasette anni fa, lei scrisse un libro: La Giustizia in Italia, le chiedo: non rimpiange quella “giustizia” che pur criticava già allora? Non è preferibile il “giudice perbenista”, ma quasi sempre integerrimo nell'applicare la legge al “giudice rivoluzionario” che interpreta la legge per “migliorare la società”? Cordiali saluti.
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Caro Del Zoppo, la ringrazio per avere amichevolmente ricordato una mia remota e inutile fatica. La definisco inutile perché tutti i difetti della giustizia italiana che in quelle pagine deploravo sono rimasti, e a essi se ne sono aggiunti altri non meno gravi. Sono rimasti l'azzeccagarbuglismo, la lentezza, il distacco dalla società d'un grande Paese moderno quale l'Italia nonostante tutto è. Ma è sopravvenuta, insieme a una politicizzazione forsennata, la rinuncia al decoro e al distacco che i magistrati -tranne la minoranza vociante dei «pretori d'assalto»- ritenevano di dover mantenere. I grandi presidenti di corte d'Assise che ho conosciuto in processi celebri non avrebbero mai consentito a politici, faccendieri -e anche cronisti come me- le familiarità da bar che sono adesso in voga. Le toghe -parlo delle migliori- avevano una concezione magari castale ma anche sacrale del come dovessero essere e del come dovessero apparire. La Cassazione era un'alta istituzione sulla quale magari si ironizzava - «dorme e rigetta (i ricorsi ndr), rigetta e dorme» ma incuteva rispetto. Oggi non l'incute più la Cassazione, non lo incute nemmeno la Corte Costituzionale Avevamo una magistratura culturalmente vecchia ma autorevole: è rimasto solo il vecchia.