la stanza di Mario CerviI mali economici dell'Italia sono più antichi della moneta unica

Caro dottor Cervi, tempo fa, in risposta a un suo interlocutore, lei affermò che uscire adesso dall'euro sarebbe un disastro. Ma se nel disastro ci siamo dentro fino al collo grazie proprio a questa moneta unica che in dieci anni ha svalutato del cinquanta per cento i nostri risparmi, ha raddoppiato il debito pubblico, ha più che raddoppiato la disoccupazione. Le chiedo troppo invitandola a spiegarmi perché questa sua convinzione?
Lastra a Signa

Caro Maiani non sono un adoratore dell'euro che ha ed ha avuto, secondo me, grandi colpe e alcuni meriti. Le une e gli altri ben illustrati da un economista autorevole, Renato Brunetta, che pochi giorni or sono, in una intervista a Libero, ha detto: «L'euro è una costruzione mirabile che per nove anni ha prodotto dividendi straordinari in termini di bassa inflazione e bassi tassi d'interesse. Ma alla prima crisi la moneta unica e l'intera architettura che la sorregge, la Bce e gli strumenti d'intervento della stessa banca centrale e della commissione si sono rivelati insufficienti». Non affronto nelle sue complicazioni un tema di spropositata grandezza. Confermo tuttavia la mia opinione contraria all'uscita dell'Italia dall'Eurozona. La confermo in base a un ragionamento di sicuro grossolano, ma di facile comprensione. La camicia di Nesso -immagine anche questa del citato professore- che avvolge e tormenta l'Italia si chiama debito pubblico. Esso ha preso la corsa prima dell'euro, ad opera di una classe politica sperperatrice e clientelare quando non disonesta. L'idea che per salvare l'Italia si debba riaffidare in toto l'economia -senza più vincoli europei- a quella classe politica che l'economia l'ha disastrata non mi sembra brillante. Ripensiamo pure l'euro. Ma tenendo la cassa ben lontana da quelle che con un eufemismo possiamo qualificare come spensieratezze del Palazzo.