la stanza di Mario CerviIl «buonismo» carcerario è figlio della giustizia farraginosa

Quando si parla di detenuti, anche se delinquenti e assassini, questa società buonista si sdilinquisce e versa lacrime in loro favore. Poverini, soffrono perché in un carcere che ha 500 posti ne albergano 750. E allora il problema viene risolto con ulteriori amnistie e indulti. Per chi è stato accoppato neanche un pensiero. Ora però c'è un vento nuovo. Con il femminicidio ci si è accorti che i delinquenti sono cattivi. Sono contento, perché almeno nei confronti di quelli non ci sarà carità pelosa.
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Caro Russo, nemmeno io apprezzo certo buonismo secondo cui gli inquilini delle carceri sono tutti vittime incolpevoli d'una società iniqua. Personalmente ho qualche dubbio anche sulle proteste indignate per il gran numero di detenuti che sono in attesa di giudizio. In un sistema penale bene organizzato i detenuti in attesa di giudizio dovrebbe essere pochissimi, ed esserlo per poco tempo. Ma la regola italiana delle tre sentenze prima che una condanna possa dirsi definitiva fa sì che si appellino alla presunzione d'innocenza anche pluricondannati raggiunti da prove schiaccianti i quali nei ricorsi vedono una possibilità di rinvio e di possibile prescrizione. Nel diritto anglosassone il verdetto della giuria è subito definitivo, gli appelli sono possibili ma presumono la colpevolezza, non l'innocenza. Il che non esclude, beninteso, gravi errori giudiziari. Detto questo bisogna aggiungere che anche i criminali hanno diritto a un trattamento umano. Non è ammissibile che siano stiparli in sovrannumero nelle carceri esistenti. E neppure che si voglia liberarsene con insensate e lassiste misure di clemenza. Chi ha commesso reati deve espiare la pena. Ma con modalità decenti.