la stanza di Mario CerviIl costo del lavoro va diminuito senza diminuire le buste paga

Caro Cervi, ho letto la lettera del Sig. Cirelli che trovo effettivamente banale e riduttiva, ma la Sua risposta è monca. Infatti Lei chiude la risposta con una speranza. Le ragioni del mio disappunto sono semplici. a) Nefasto accordo tra l'Avv. Agnelli e Luciano Lama (costo del lavoro come variabile indipendente dei costi di produzione) immediatamente sposato dai politici cialtroni dell'epoca con conseguente «unificazione del punto di contingenza». b) Ad un certo punto ci fu chi se ne uscì con la tesi che in Italia di aziende di aziende private dovessero rimanere solo «le botteghe del barbiere». Questa tesi fu assecondata da tutti gli altri cialtroni che sedevano in parlamento. c) Ultimo atto per completare l'assassinio dell'economia italiana: lo stipendio stabilito dalla legge anche per le micro-aziende. Mi sa dire quali e quante aziende possono pagare stipendi che costano 30/35.000 euro l'anno?
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Caro Cipparoli, già ieri mi sono occupato, in una risposta, del lettore Cirelli e di quella che sinteticamente definirò la sua Spectre. Torno, sollecitato da lei, sull'argomento che evidentemente ha suscitato interesse. Le do pienamente ragione quando mette sotto accusa i cedimenti di Gianni Agnelli a Luciano Lama, e una serie d'abdicazioni imprenditoriali delle quali il signor Fiat fu responsabile. Ma lei descrive gli anni successivi come un rovinoso declino. Furono senza dubbio anni di speperi ed errori. Ma l'Italia superò nel Pil la Gran Btretagna e il settimanale Time uscì con un numero che aveva per titolo di copertina «Milano!»: ad indicare ammirazione per la crescita del nord italiano. Gli anni delle vacche magre sono venuti dopo. Quella straordinaria Italia dissipatrice ha accumulato un debito pubblico immane ma, con la sua creatività, ha anche stupito il mondo. La qualifica di cialtroni elargita a importanti politici italiani mi pare eccessiva e generica, non credo che fosse un cialtrone, ad esempio, Ugo La Malfa. Per l'esigenza di diminuire il costo del lavoro lei ha ragione. Diminuirlo, aggiungo io, non riducendo le buste paga che per molti milioni d'italiani sono già risicatissime, ma abbattendo gli oneri fiscali e contributivi.