la stanza di Mario CerviIl made in Italy declina ma è spensierato come durante il boom

L'acquisizione di Loro Piana da parte di Bernard Arnault dimostra ancora una volta l'inadeguatezza delle aziende italiane a competere con i colossi industriali esteri. Certamente nel nostro Paese non sussistono le condizioni fiscali, giuridiche e burocratiche che altrove permettono a un'impresa di espandersi. Ma la cosa più preoccupante è la concezione che buona parte dei politici, dei sindacati e degli imprenditori hanno della concorrenza. In Italia si pensa più che altro a soffocare il libero mercato in nome dell'uguaglianza e della lotta al «gigante cattivo», non riuscendo a concepire che il motore della crescita non è la frammentazione o una regolamentazione paternalistica, bensì lo stimolo imprenditoriale. Continuiamo a perseverare sulla strada del «piccolo è bello» mentre i fiori all'occhiello della nostra industria passano nelle mani delle grandi multinazionali straniere.
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Caro Bigatti, mi sembra che le sue critiche alle strutture economiche italiane, ai comportamenti dei politici, alle inerzie della burocrazia siano molto fondate. Lei individua una serie di cause del declino che il made in Italy sta subendo e che ha avuto nel caso Loro Piana una malinconica conferma. Tutto giusto. Resta tuttavia da spiegare un fatto non irrilevante. Nonostante questi ostacoli - non è che lo Stato italiano e dintorni abbia cominciato a funzionare male solo adesso - il nostro Paese ha avuto una fase di straordinario progresso e sviluppo. La macchina pubblica e l'imprenditoria privata erano forse impeccabili in quegli anni? Certo che no, questo significa che le vicende di oggi hanno peggiorato i guai pre esistenti... I guai di quando c'era grasso che colava e potevamo permetterci errori e spensieratezze. Ormai non possiamo più. Ma ce li permettiamo egualmente.