la stanza di Mario CerviLa strage di via Rasella è figlia di una precisa volontà politica

Caro Cervi, mi scusi per queste righe che non vogliono essere impertinenti o «correttive». Cogliendo l'occasione della Sua risposta data a un lettore riguardante la strage di Via Rasella, mi permetto di porre una domanda a Lei, ma in generale a tutti i media che hanno trattato questo tragico fatto. È possibile che nessuno (sono certo che non è il suo caso) abbia il coraggio di acclarare la tesi di un omicidio premeditato, non solo per il bambino, ma anche per l'uccisione dei 335 ostaggi trucidati dai tedeschi? Le scrive chi ha avuto il padre deportato politico a Mauthausen e nell'ultimo mese di guerra (marzo 1945) a Melk, dove morì. Non sono tenero con il nazismo, ma nemmeno con dei vigliacchi decorati per meriti politici e non per eroismo da medaglia d'oro.
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Caro Rebesani, la «Stanza» su via Rasella ha avuto molta eco: a dimostrazione di come quella remota e orrenda tragedia susciti ricordi e reazioni nel cuore degli italiani. Lei ritiene che l'attentato non abbia avuto senso (dello stesso parere è Alberto Innocente che mi ha scritto una lettera interessante e sterminata). Sono di questo stesso parere. Ma non fino al punto d'ipotizzare un'accusa d'omicidio contro chi l'attentato lo preparò e lo realizzò. Un'accusa di quel genere è improponibile, a mio avviso, perché si può ritenere, e in tantissimi riteniamo, che l'attacco ai “territoriali” del battaglione Bozen sia stato militarmente inutile, e abbia nella sua inutilità provocato la morte di centinaia d'innocenti. Tuttavia fu un atto di guerra non valutabile con gli strumenti e la mentalità della giustizia ordinaria. Non m'inoltro sul terreno delle motivazioni per cui i comunisti vollero a tutti i costi un massacro dal quale ne sarebbe derivato un altro ancora più grande. Il sangue sparso importava poco ai fautori d'uno scontro totale e terrorizzante. Potrà essere invocata, al riguardo, la massima secondo cui il fine giustifica i mezzi, e un susseguirsi di mattanze diventa, anche a sinistra, il lavacro di sangue della retorica bellicista.