la stanza di Mario CerviL'Italia più che priva di ricchezza è priva di speranza

Che non ci sia limite al peggio viene dimostrato dalla categoria dei politici che definire essere in uno stato confusionale è un eufemismo della loro inesistente onestà politica, atteggiandosi a sacerdoti di una democrazia senza viverla. Il «centrismo» caldeggiato da destra e da sinistra non è altro che il jolly per convenienze dove la politica di interesse nazionale è esclusa e quella «federale» è intralciata, se non sabotata e addomesticata con un fiscalismo detto federalista quale vorrebbe far intendere la TASI di recente partorita. Purtroppo anche la «Speranza» che si dice sia l'ultima a morire trovasi in una fase di decomposizione progressiva, Rimane la «riflessione» e chiedersi del come, e dove e soprattutto del perché ci sia un degrado simile, dove la dignità di un popolo è messa in discussione.

Gemonio

Caro Banfi, la posta del Giornale è alluvionata di questi tempi da lettere come la sua. Amare, desolate, prive d'una qualsiasi fiammella di speranza. Ovviamente non ne va fatta colpa a voi che le scrivete, ne va fatta colpa all'infierire d'una crisi durissima. Non che siano mancati, nella recente storia d'Italia, momenti bui come questo e molto più di questo. Ci trovammo, alla fine della Seconda guerra mondiale, in un Paese sconfitto, umiliato, impoverito fino alla miseria degli «sciuscià» e delle «segnorine». Quell'allora tremendo si differenziava tuttavia dall'oggi per un motivo essenziale (l'ho scritto e riscritto ma non mi stanco di ripeterlo). Nell'allora c'era la grande assente dell'oggi, la speranza, la convinzione che il peggio fosse passato e che il domani sarebbe stato migliore. De Gasperi lo disse incoraggiandoci, gli credemmo e avevamo ragione di credergli. Anche Letta sostiene che il peggio è passato: ma non è De Gasperi e i più rimangono nella convinzione che, come scrive lei, al peggio non ci sia limite.