la stanza di Mario CerviMarchionne non ha fiducia nella Fiat perché diffida dell'Italia

La Fiat come gruppo industriale è sul mercato per un giusto profitto, e Marchionne persegue questi obiettivi. Il gruppo in altri tempi ha preso soldi dallo Stato, ma tutte le industrie lo facevano. I sindacati non dovrebbero dimenticare che quando Marchionne è entrato in Fiat la famiglia «di riferimento» stava mollando gli ormeggi per... realizzare. Ovvero avrebbe mandato a casa un sacco di gente con buona pace dei dipendenti, dell'Italia e dei sindacati. Questi ultimi (o parte di essi) di fronte alle proposte di Marchionne hanno un comportamento di cui mi sfugge la ragione. L'alternativa a discutere e accettare qualcosa in tempi brevi è la perdita di posti di lavoro e competitività. Non dobbiamo meravigliarci se la ripresa da noi è ancora lontana, ammesso che esista altrove.
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Caro Cereti, mi pare che i sindacati - la Fiom in particolare - tendano a comportarsi, nei confronti della Fiat, come se quelli d'oggi fossero ancora i tempi in cui bene o male tutto veniva ripianato e arrangiato. Debbono, i sindacati, capire che con Sergio Marchionne per il maggior complesso industriale italiano è cominciata una vita nuova, e molto più difficile. Detto questo, debbo anche esprimere una mia sensazione: ossia che Marchionne, essendosi reso conto dei vincoli e parassitismi dai quali è condizionata nel nostro Paese ogni iniziativa imprenditoriale, per la Fiat come entità italiana abbia scarsa considerazione. Il declino di vendite e d'immagine che la Fiat sta subendo, quel suo ansimare per la produzione e per i ricavi, la moria degli stabilimenti obbediscono probabilmente a una ragionevole e fredda ottica economica. Ma non tengono in gran conto altri fattori - sociali e nazionali - che dalla Fiat si sono sempre sentiti rappresentati. Non vogliamo un ritorno alle facilonerie assistite. Ma il crepuscolo amaro della Fiat è anche un crepuscolo dell'Italia.