la stanza di Mario CerviPotare la giungla statale è un'impresa quasi impossibile

Caro dott. Cervi, vista la situazione e constatato che ci siamo mangiati tutti i soldi dei nostri figli, ora qualcuno deve pagare e quindi a chi spetta? Mi pare che non possa spettare a chi produce ricchezza vera, lavoro vero che porta al nostro Paese valore aggiunto, e che debba invece spettare a chi gode di privilegi, a chi produce aria fritta, a chi non produce nulla. Abbiamo circa 4 milioni di persone che dipendono, direttamente o indirettamente dallo Stato e tutti godono dei privilegi connessi. Spetta a loro dare un contributo concreto. Così come ha fatto la Grecia, serve un taglio netto e definitivo dei loro stipendi, da calibrare secondo i livelli, ma che nel totale porti a risparmi del 15 per cento. Ciò porterebbe stabilmente alle casse dello Stato circa 20 miliardi di euro l'anno.
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Caro Zanini, sapesse quanti condividono - condividiamo - le sue idee. Non perché gli appartenenti all'elefantiaca amministrazione dello Stato e di molti enti siano tutti neghittosi o superflui (molti sono eccellenti), ma perché grandi sacche parassitarie sono state individuate. E mai davvero eliminate. Quando si è tentato di potare la giungla pubblica si sono levati al cielo strazianti gridi di dolore dai quali risultava che ogni ufficio aveva personale insufficiente, che ogni scrivania era indispensabile per la sopravvivenza dell'Italia. S'è voluto praticare un taglio alle pensioni d'oro nella burocrazia, ma la Corte costituzionale - composta quasi totalmente da burocrati privilegiati - s'è scomodata per dire che con quel provvedimento veniva violato il sacro principio dell'uguaglianza fra i cittadini. Gli statali sono milioni e, con le famiglie, costituiscono una massa elettorale decisiva. Nessun partito osa privarsi dei loro voti. E allora le proteste per gli sprechi, per il personale in esubero, per lo scarso rendimento di quello esistente, risuonano alte e forti. Ma nel vuoto.