Star allergica alle interviste

Barbara Silbe

Helmut Newton, visioni di ordinaria follia. Questa è la sensazione che si prova osservando i suoi scatti in mostra da oggi a Palazzo Reale. Del fotografo tedesco sono esposti alcuni dei suoi nudi e una selezione di paesaggi minacciosi, per una mostra dal titolo «Sex and landscapes» che lui stesso aveva ideato in collaborazione con la moglie. Immaginava feticci e tabù, ossessionato da un erotismo aggressivo e perverso, che di sexy aveva poco. E metteva in scena i suoi sogni, sempre fedele a se stesso, sempre senza ironia, senza gioco, quasi che il suoi scatti fossero figli del suo disagio esistenziale. Già, perché il grande Newton, anche a ottant’anni, era rimasto quel ragazzino berlinese impaurito in fuga dalla sua Germania nazista, pieno di inquietudini e mancanze che, da grande, aveva trasformato in egocentrismo e provocazione. Come autore di paesaggi non lo conosciamo quasi. Lui era convinto che al suo pubblico certe cose non piacessero, invece sono una rivelazione, se si escludono alcune inquadrature realizzate dal finestrino dell’aereo sulla pista di atterraggio che sembrano pitture bidimensionali. Le atmosfere sono decisamente noir, come si trattasse di un servizio di cronaca nera. Spiagge e scorci urbani di palazzi anonimi, strade deserte invase dall’ombra, battelli illuminati dalla luna, tutte scene dal fascino tragico che sembrano emergere da un allestimento volutamente buio e destabilizzante. Lui avrebbe approvato. Lui, il mercenario della fotografia che affittava il suo talento a chi pagava di più, come lui stesso amava definirsi, lui che del lavoro ben remunerato aveva fatto un’arte (sfornava uno dopo l’altro costosissimi libri monografici che erano messi in vendita a prezzi da collezionisti o, se si preferisce, da capogiro), lui, dicevamo, produceva visioni. E l’ultima volta che venne nel capoluogo lombardo si comportò come una delle sue modelle viziatissime. Fu alla Galleria Sozzani di corso Como 10, per una rassegna, l’ennesima che lo celebrava, dedicata alle sue immagini ispirate a fatti di cronaca nera dal titolo «Yellow Pages». Era stato accolto e presentato come una star, era convinto di esserlo, di potersi permettere capricci come la bellissima Naomi Campbell, fino al punto da non rilasciare interviste nemmeno al più autorevole dei critici. Altezzoso, scontroso, come solo il più antipatico dei festeggiati saprebbe essere. Una cosa gli va concessa, tra tutte. Che seppe andare oltre il convenzionale, negli atteggiamenti come nelle sue creazioni tra arte e disperazione, voyeurismo e feticismo.