La star Obama riempie solo di sogni gli americani

Il discorso d'accettazione entusiasma gli 80mila fan accorsi sugli spalti dello stadio di Denver. Donne e uomini si abbracciano per la commozione sotto il cielo illuminato dai fuochi d'artificio

Denver - Si è comportato da star, ma ha parlato al cuore dell'americano medio; ha attaccato duramente John McCain, ma senza sminuire la retorica subliminale, quasi messianica, che nei mesi scorsi gli ha consentito di conquistare i cuori di molti democratici. Alla fine, sugli spalti dell'Invesco Stadium di Denver, ho visto donne e uomini piangere per la commozione e tanti sconosciuti abbracciarsi mentre il cielo veniva illuminato dai fuochi d'artificio. Barack Obama ha mandato in delirio ottantamila sostenitori in una serata dai toni molto patriottici. Gli agit-prop del partito hanno distribuito un numero enorme di bandiere americane di gran lunga superiore a quello dei cartelli con lo slogan "Yes, we can" o "Change". Lo scopo: dimostrare che il candidato democratico è un vero americano, rassicurando i tanti elettori che dubitano della sua tempra di comandante.

L'operazione è andata a buon fine e ieri i sondaggi davano per la prima volta il candidato democratico in vantaggio di quattro punti su John McCain. Un bel discorso, nel 45° anniversario dell' "I have a dream" ("ho un sogno") di Martin Luther King, ma non paragonabile a quelli, davvero memorabili, di John Fitzgerald Kennedy e Ronald Reagan. E probabilmente, non risolutivo. Anzi.

Sì, Obama ha finalmente spiegato quali riforme intende varare alla Casa Bianca, ma non è stato coerente, né conclusivo. Un Barack populista, che per vincere le elezioni ha bisogno di virare al centro, che però non è riuscito a nascondere la sua anima liberal ovvero di sinistra. Ha promesso di tagliare le tasse al 95% delle famiglie e al contempo ha annunciato piani faraonici per l'educazione, la famiglia, la salute, l'energia.

Chi paga? Il senatore dell'Illinois non lo ha spiegato e infatti si è ben guardato dal promettere conti pubblici in pareggio, ma la risposta è implicita: lo Stato. Obama ha promesso che entro dieci anni gli Usa non dipenderanno più dal petrolio del Golfo Persico. Come? Con le energie rinnovabili. Costo? Oltre 150 miliardi di dollari. Insomma, fumo elettorale. La soluzione è, per tutto, il governo e questo alla maggior parte degli americani, tradizionalmente, non piace.

Nei prossimi giorni i repubblicani batteranno su questo tasto, anche se nell'euforica notte di Denver, Obama è riuscito, con grande abilità retorica, a dissimulare il gioco e a evidenziare gli enormi problemi dell'America di oggi, per i quali ha indicato un solo responsabile: George Bush. E John McCain, ha insistito Obama, è il suo sodale. «Otto anni sono sufficienti», ha urlato il candidato democratico, mandando in visibilio la folla. I suoi consulenti da giorni lo invitavano ad andare all'attacco. E lui li ha ascoltati, sferrando bordate in ogni direzione, anche sulla sicurezza e sulla politica estera, evidenziando gli errori compiuti dai repubblicani in Irak e in Afghanistan. «Se vuole sfidarmi su temi come l'esperienza e la capacità di giudizio del comandante in capo degli Stati Uniti, io sono pronto». Incisivo, forse troppo, in certi passaggi anche irriverente e offensivo; come invece non bisognerebbe mai essere nei confronti di un eroe di guerra.

Obama ha esaltato il sogno americano, che permette a tutti - bianchi e neri, uomini e donne - di realizzare le proprie ambizioni e al contempo di essere reponsabili verso la comunità. È riuscito a dimostrare di essere vicino ai cittadini che soffrono per la recessione, migliorando la propria immagine, finora troppo élitaria; ma nello scenario grandioso dello stadio Invesco è apparso più che mai una star. Affascinante, ma non ancora vincente.

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