Star Wars, King Kong, Batman cedono a Benigni e Placido

Nel triennio 2003-2005 il cinema italiano ha guadagnato oltre tre milioni di spettatori con un netto calo dei film prodotti a Hollywood

Cinzia Romani

da Roma

Che pizza gli effetti speciali. Quanto annoiano gli omini digitali, che messi in fila fanno un esercito (finto). E quale tedio procurano questi film Usa e getta, tutti uguali nel frastuono scintillante delle spade-laser. Pare la pensino così i cinespettatori italiani, che nell’anno appena trascorso hanno mostrato il cartellino giallo ai prodotti provenienti da Hollywood. Così blockbusters fantasy molto pompati dal sistema pubblicitario, come King Kong, Star Wars episodio III, Mr. and Mrs. Smith e Batman begins, hanno incassato meno del previsto. Il cinema americano, infatti, nel 2005 ha registrato dodici milioni di presenze in meno, rispetto al 2004. E guardando al triennio 2003-2005 si nota che le pellicole americane han finito col perdere undici punti della quota di mercato: nel 2003 le vedeva il 64 per cento del nostro pubblico, mentre nell’anno passato le presenze per i film Usa scendono al 53 per cento. Magari è presto per indicare una tendenza: l’industria cinematografica risulta atipica come nessun’altra, basata com’è su beni immateriali (le idee non sono mattoni), ma piace la nuova inclinazione verso il prodotto nazionale. Se non altro, ridà fiato al boccheggiante sistema che gravita intorno al grande schermo, comunque mortificato nel mondo per via dei più recenti mezzi d’intrattenimento, dvd in testa.
Nel triennio 2003-2005 il cinema italiano ha guadagnato oltre tre milioni di spettatori, a suon di 22,4 milioni di biglietti staccati. E le quote di mercato? Nel 2005 il made in Italy tessuto di sogni ha raggiunto il 24,8 per cento: quattro punti in più rispetto all’anno precedente, con quattordici titoli a varcare la soglia del mezzo milione di spettatori. Né si tratta di filmetti leggeri: dal drammatico La bestia nel cuore di Cristina Comencini agli impegnativi Romanzo criminale di Michele Placido, tra breve al Festival di Berlino; I giorni dell’abbandono di Roberto Faenza, Cuore sacro di Ferzan Ozpetek. Per tacere dell’ultimo prodotto targato Benigni, La tigre e la neve, amato dal pubblico al suo primo apparire. Ma sarà tutto oro quel che luce, visto che a saper leggere i (parziali) dati Cinetel le presenze nelle sale cinematografiche italiane, nel 2005, son diminuite del 7,37 per cento (circa 7 milioni di spettatori) rispetto al 2004? Ovvero: la gente preferisce devolvere qualche euro dei suoi per i film italiani, perché questi valgono di più, rispetto ai film americani, oppure tricolore batte stelle&strisce uno a zero, perché quest’anno dall’America non è arrivato un granché, data la crisi planetaria, quanto a quattrini e a novità?
Giriamo la domanda a Giampaolo Letta, vicepresidente e amministratore delegato della Medusa Film. «I dati vanno letti bene» esorta il manager, appena tornato da Los Angeles, «perché a fronte di un calo generale del mercato, dal nostro cinema viene un segnale positivo: c’è una ripresa delle quote. Qui hanno contribuito i film di Natale, il film di Benigni e degli altri autori. L’ottimo risultato di La bestia nel cuore, con cinque milioni di incasso, conferma il rinsaldamento del pubblico a tematiche anche complesse. Una tendenza, questa, degli ultimi sette anni, a sancire che gli spettatori si recano in sala pure per riflettere, discutere, trovarsi. Da noi il cinema, insomma, rimane una delle modalità più interessanti, per trascorrere il tempo libero».
Sul versante della prudenza Giancarlo Leone, alla guida di RaiCinema, premette: «Sono iscritto al Partito degli Ottimisti, ma convinto che il cinema italiano sia ciclotimico: non ha costanza di performance, a differenza di quello Usa. Nel 2005 c’è stato un calo generale degli incassi, però esiste un cinema di qualità, che intercetta il nostro pubblico. Un cinema medio, capace d’incassare milioni di euro, con film d’autore, che cerchiamo di lanciare all’americana, chiedendo spazi maggiori. Ma tutto dipende dalle annate: siamo attenti ai segnali positivi, però puntiamo alla loro stabilizzazione». Riccardo Tozzi, presidente di Cattleya, è a sua volta ottimista, ma spiega che per rispondere al cinema americano «bisogna andare verso un sistema che non esponga il cinema ai venti della politica». «È un peccato - aggiunge - che nel momento di maggiore vitalità del cinema italiano, la politica sia in controtendenza».
Decisamente critico il produttore Aurelio De Laurentiis (Filmauro) contesta i dati Cinetel: «Essi sono imperfetti. A casa mia sì che ho dati aggiornati! Il problema non è vendere i film italiani, ma licenziarli, come beni propri, in un’altra nazione. Quanti film italiani escono nelle sale, con continuità di presenza? Solo i prodotti Usa hanno presenza continua, su tutti i mercati. King Kong ha deluso? Ma non è un film riuscito, come quello prodotto da mio zio, ovvio! Il provincialismo dei nostri operatori di settore mi fa impazzire. Il cinema italiano si è sempre difeso, grazie a 4-5 film che vanno bene. Per il resto, è un cinema perdente e poco competitivo, anche perché va sottotitolato, per fargli passare le Alpi». Magari De Laurentiis pensa a Il mio miglior nemico (dal 10 marzo nelle sale), prodotto Filmauro che vedrà Carlo Verdone (un papà passatista) e Silvio Muccino (suo figlio ribelle) litigare simpaticamente in romanesco. Del resto, i guru della nuova economia hanno detto di pensare globale e di agire locale.