Stasera al Forum «volano» gli Eagles

Arriva l’estate e «le aquile» tornano a volteggiare sul Forum. Sono «aquile» maestose, che uniscono alla giovinezza perduta l’entusiasmo di sempre e la forza dell’esperienza. Insomma gli Eagles, incontrastati eroi del country rock, stasera suonano a Milano per un pubblico trasversale che ha imparato ad amare le loro ballate agrodolci. Il country rock degli Eagles - figlio di quello reso popolare e definito come genere popolare autonomo molti anni prima, con mille sfumature diverse, dai Byrds e dai Buffalo Springfield - è unico. Unico perché unisce i suoni morbidi e melodiosi della tradizione acustica con il rock aggressivo; unico perché i loro testi non fanno sconti a nessuno (basti pensare al disco-capolavoro Desperado, album dal taglio cinematografico che attraverso la storia della banda Doolin-Dalton propone continui accostamenti tra i fuorilegge del Far West e i moderni sbandati del rock and roll); unico anche perché la band ha un successo da far invidia a chiunque. Glenn Frey e Don Henley (che qualcuno ha definito «i Lennon-McCartney della California del Sud»), oggi con Joe Walsh (vecchio leone della chitarra rock blues) e il bassista Timothy B. Schmit (proveniente dai gloriosi Poco. Curiosamente, sia nei Poco che negli Eaglse, prese il posto di Randy Meisner) hanno pubblicato un’antologia che ha superato Thriller di Michael Jackson nella hit dei dischi più venduti nella storia del pop, E poi i numeri parlano chiaro: oltre 120 milioni di album venduti, ogni anno più di un milione di dischi venduti in più del precedente (tra antologie e ristampe) e ogni colpo un centro. Si sono permessi di incidere un album, Long Road Out of Eden, dopo 28 anni lontano dalla sala d’incisione, e quel pugno di canzoni è volato in un lampo in vetta alle classifiche di mezzo mondo, conquistando in America sette dischi di platino.
I nuovi brani sono piaciuti, legati da un filo logico- stilistico(e senza nostalgia) al loro passato; gli Eagles hanno raccolto la sfida, sanno ancora scrivere e scrivere bene, ma sanno anche che è saggio fare perno su un copione classico piuttosto che aggiungervi inutili pagine. I fan si aspettano l’inno californiano Take It Easy (dove c’è lo zampino di Jackson Browne), le magnifiche sfumature (dal blues al bluegrass) di Desperado dalla copertina che sembra uscita da un film di Sam Peckinpah (su tutte Desperado, Doolin Dalton, Tequila Sunrise, Outlaw Man), le aperture di One of These Nights (con l’intigante intelaiatura dell’omonimo brano, la ballata Take It to the Limit, il morbido ma triste country rock Lyin’ Eyes) fino ad arrivare ai suoni ariosi (chi non ricorda il lungo intreccio chitarristico finale) di Hotel California, tra le cui mura il sogno hippie si trasforma in un incubo. Hotel California l’ha scritta Don Felder, che non ci sarà, così come non ci sono più gli altri fondatori Bernie Leadon e Randy Meisner. La storia degli Eagles è piena di gloria ma anche di litigi e problemi legali. Dall’80 al 94 non si sono parlati; poi ci fu una tostissima causa tra Meisner e la Eagles Ltd (ormai anche loro sono una multinazionale). E poi loro non sono dei santarellini; un tempo li chiamavano «i cowboy della cocaina», ma quel tempo è passato. Ora sono in pace con la vita, hanno capelli col ciuffo, il fisico un poi imbolsito ma ciò che conta, il sound, è quello di prima, un marchio di fabbrica. Le «aquile» non si sprecano: sette dischi in 38 anni più o meno, ma dischi che hanno fatto la storia.