Stasi in carcere: ci sono le prove

Tracce di sangue della vittima sul pedale della bicicletta di Stasi, fermato per omicidio volontario aggravato. Interrogato per 4 ore, ripete: "Sono innocente"

Garlasco - Una bicicletta era stata la prima traccia. E da una bicicletta, ora, sembra arrivare la parola fine in fondo al giallo, lungo 40 giorni, del delitto di Garlasco. Un giallo che, se gli inquirenti dimostreranno di aver ragione, ha svelato il nome dell’assassino già dalla prima pagina. Alberto Stasi era entrato in scena già il 13 agosto, perché era stato lui a trovare il cadavere di Chiara, la sua fidanzata, e a dare l’allarme. Ma per gli inquirenti era tutta una messinscena e ieri Alberto è stato fermato. Il colloquio con i pm è durato «solo» quattro ore. Troppo poco per un caso del genere. Alberto non si è avvalso della facoltà di non rispondere. E ha ripetuto: «Sono innocente». L’hanno portato via, verso il carcere di Vigevano. Uscendo dalla caserma dei Carabinieri, Alberto è stato insultato da una piccola folla: «Assassino, bastardo». Lui sempre in silenzio, con lo sguardo perso: è entrato in macchina per trascorrere la sua prima notte in cella.

Il giorno dell’arresto
La lunga giornata di Alberto Stasi inizia alle 13 e 45 quando i carabinieri vanno a suonare alla porta della sua villa a Garlasco, con la peggiore delle notizie: «Ci segua, c’è un ordine di custodia cautelare per lei». Non serve leggere l’accusa, omicidio volontario con l’aggravante della crudeltà. Quella è nota già dal 20 agosto, quando i carabinieri gli hanno notificato un avviso di garanzia, hanno effettuato una lunga perquisizione in casa Stasi e ne sono usciti dopo aver sequestrato le auto e le biciclette degli Stasi. Ieri, all’ora di pranzo, i militari sono tornati e stavolta hanno portato via Alberto. Via sulla vettura di servizio fino a Vigevano, destinazione il comando compagnia, seguita dalla Volvo Station Wagon con i genitori. In caserma ad attenderlo c’è il Pm Rosa Muscio che gli contesta i nuovi elementi a suo carico, quelli decisivi: il Dna di Chiara Poggi, ricavato dal materiale organico recuperato dai pedali della sua bicicletta. Un elemento forte per l’accusa perché Alberto aveva detto di non aver usato la bici il giorno del delitto, di essersi recato a casa della ragazza a bordo della sua Golf. Sarebbe la prova che la sua è stata tutta una messinscena: il ritrovamento del cadavere, la telefonata per chiedere aiuto, il dolore al funerale.Verso le 15 arriva il primo dei suoi avvocati, Giuseppe Colli, ma l’interrogatorio inizia solo verso le 17 quando arriva anche l’altro, Angelo Giarda.

Alle 18.20 circa i genitori di Alberto sono ormai certi che il loro ragazzo passerà quella notte in carcere. Escono dalla caserma e tornano a Garlasco per recuperare un cambio, effetti personali, da portare al figlio. Per l’ennesima volta passano in mezzo ai giornalisti, fotografi e cameramen che fin dall’inizio di questa storia li cingono d’assedio. E stavolta il nervosismo esplode. Papà Nicola Stasi, si scaglia contro una fotografa.

«Ora ci sono le prove»
Poche tracce di materiale biologico trovate sui pedali della bicicletta di Alberto, da cui è stato possibile estrarre il Dna di Chiara Poggi. Tre flebili, esili, quasi invisibili macchie, forse di sangue, inchioderebbero il ragazzo. Non è stato facile ricavarlo, i carabinieri del Ris di Parma ci hanno lavorato dall’inizio del mese. Prima evidenziando quelle goccioline con il Luminol, poi ricavando le prime molecole. Ma la traccia era sempre latente, si intravedeva il profilo genetico di una donna, ma bisognava esaltarlo. Passaggio dopo passaggio fino a quando dopo un paio di settimane sembrava non ci fosse nulla da fare. Invece ieri i macchinari di laboratorio danno la risposta attesa: quel materiale biologico appartiene a Chiara. Una novità importante, che fa dire al procuratore capo Alfonso Lauro: «Ora abbiamo delle prove, non più solo indizi». Per il pm Rosa Muscio è sufficiente a firmare il provvedimento di fermo per Alberto. Ma, se non ci sono altri assi nella manica, siamo ancora distanti dalla famosa «pistola fumante». Anche se certo si tratta di un elemento molte forte.

I punti oscuri
Ora bisognerà vedere se quelle tracce sono effettivamente sangue e soprattutto se ce n’è altro dentro i pedali, che per questo fra oggi e domani verranno smontati. Insomma «per trovare la prova provata» che effettivamente Stasi dopo aver ammazzato Chiara è salito con le scarpe sporche e abbia pedalato firmando così la sua «confessione». Anche perché rimane un particolare non da poco da far quadrare: due distinti testimoni hanno affermato di aver visto una bici nera da donna, né vecchia né nuova, appoggiata alla ringhiera di casa Poggi la mattina del delitto. Ma la bici di Alberto è da uomo, nuova fiammante, beige e con le finiture in pelle. Insomma un altro particolare che gli investigatori devono ancora mettere a fuoco.