Stasi al contrattacco: in due uccisero Chiara

A un anno dal delitto di Garlasco, la difesa presenta le proprie perizie scientifiche: 64 pagine per smontare l’accusa al fidanzato della vittima. I legali del giovane chiedono l’archiviazione

Garlasc - Non una ma due persone uccisero Chiara Poggi. Due assassini, oppure assassine, la cui altezza non superava il metro e 70 centimetri. Un delitto consumato in ogni caso non tra le 11 e le 11.30, bensì almeno un paio di ore prima, tra le 9 e le 10. Proprio mentre Alberto Stasi stava completando la tesi al suo computer nella sua abitazione.

Ecco dunque la vera ricostruzione dell’omicidio di Chiara Poggi, 26 anni, secondo la memoria difensiva depositata ieri mattina in procura a Vigevano. Relatori, Francesco Maria Avato e Matteo Fabbri, i consulenti scelti dal professor Angelo Giarda che, insieme ai fratelli Giuseppe e Giulio Colli, difende il giovane da un anno sospettato della morte della fidanzata.

Era infatti la mattina del 13 agosto quando nella villetta di Garlasco Chiara venne sorpresa sola, i genitori e il fratello erano in vacanza, e colpita alla testa con un oggetto mai più trovato. Il corpo venne scoperto dal fidanzato Alberto, ora 25enne, ma una contraddizione lo mise subito al centro delle indagini. Uscì infatti da casa Poggi con le scarpe pulite, dopo aver però attraversato una scena del crimine completamente imbrattata di sangue.

Impossibile secondo la pm Rosa Muscio. Possibilissimo secondo Avato e Fabbri, che nelle 64 pagine della memoria smontano questo e altri punti contro Stasi. Le scarpe del giovane, modello Lacoste per la precisione, avevano una suola liscia e di un materiale «idrorepellente» per cui, anche avessero pestato il sangue, non potevano rimanere imbrattate. Inoltre emergerebbe chiaramente dalle foto scattate dentro casa Poggi che nel pavimento del salotto c’era un ampio spazio pulito che Stasi avrebbe tranquillamente potuto attraversare senza sporcarsi per arrivare infine a scorgere il cadavere di Chiara. Un’ipotesi che la difesa avrebbe voluto discutere subito per poi chiedere l’archiviazione della posizione del ragazzo, richiesta respinta dalla pm.

Ma la memoria analizza anche altri aspetti del castello accusatorio, cercando di smontare gli elementi a carico del ragazzo. Per esempio fornendo una spiegazione alla scoperta di materiale organico riconducibile a Chiara sui pedali della bicicletta di Stasi. Contiene effettivamente lo stesso Dna della vittima ma non è accertato che fosse sangue, potrebbe essere saliva o sudore. Quanto alle sette macchioline scure, sono effettivamente sangue, è stato possibile evidenziare la presenza di globuli bianchi, mentre non è invece accertato che appartenga alla vittima. Anzi, gli stessi carabinieri del Ris di Parma concordano come non sia possibile accertare se siano di origine umana o animale.

C’è molto da dire poi anche sull’ora del delitto, per la pubblica accusa databile tra le 11 e le 11.30. Tutto sbagliato. Nel calcolare la perdita di calore del cadavere, uno dei principali elementi che servono a stabilire l’esatto istante del decesso, non sarebbe stata tenuta in debito conto l’elevata temperatura esterna. Pertanto la morte, secondo Avato e Fabbri, andrebbe spostata indietro di almeno un’ora e collocata tra le 9 e le 10. Quando cioè Stasi era nella sua camera a completare la tesi, un lavoro che lo avrebbe tenuto impegnato fino alle 12.20. E che lui fosse a casa, lo testimonia, al di là di ogni ragionevole dubbio, la telefonata fatta intorno alle 10 dalla madre, in vacanza insieme con il padre, all’utenza fissa.

Ma è solo verso la fine della memoria che i consulenti si riservano una specie di bomba, che scombinerebbe qualsiasi tipo di accusa contro il ragazzo. Non bisogna parlare di un assassino, ma di almeno due. Entrambi, in particolare, di un’altezza inferiore a 1.70, mentre Alberto Stasi misura 1.73. «È questa forse la parte più impegnativa della relazione Avato-Fabbri, ma che comunque scagiona il mio assistito - attacca il professor Giarda -. Il corpo della povera ragazza infatti non è stato trascinato dal soggiorno alle scale che portano in cantina per poi essere scaraventato giù. Mancano infatti i segni di trascinamento. Quindi dobbiamo ipotizzare che il cadavere sia stato sollevato. Un’impresa non facile trattandosi di un corpo inanimato, che presuppone pertanto la presenza di almeno due persone. Che compiendo questa operazione hanno lasciato schizzi di sangue sulle pareti a un’altezza intorno ai 70 centimetri di altezza. Ora, in base a determinate tabelle biometriche, le persone che hanno spostato quel corpo non possono essere alte più di un metro e 70. Il che metterebbe fuori da ogni sospetto Alberto, alto 1.73».