Stasi? Killer perfetto Ecco come è nata l’inchiesta su misura

nostro inviato a Vigevano

Più che in un’aula di tribunale sembrava di essere in un laboratorio scientifico. Un tentativo lodevole ma senza chance di raddrizzare un pasticcio investigativo a colpi di provette e alambicchi. Perizie e controperizie, uno sciame di esperti da far invidia al Cnr. Ma la scienza non può guidare la ricerca sul campo, semmai è il contrario, solo che ormai non si poteva più tornare indietro. Troppi errori, troppi i cambi di marcia, le accelerazioni e le frenate, troppo il tempo perso. E alla fine il gip Stefano Vitelli ha dovuto arrendersi all’evidenza: test e controtest non concordavano. A che ora è morta Chiara Poggi? Alle 9 e un quarto come ipotizza la parte civile, ovvero la famiglia Poggi? Alle 11-11.30, come sostenevano i primi esperti interpellati? Alle 13, come ha tentato di dimostrare in extremis, con una mossa suicida, la Procura di Vigevano?
Ecco, l’inseguimento a scatola chiusa del dato tecnico, la delega assoluta alla tecnologia hanno infilato i Pm in un labirinto di cui hanno smarrito l’uscita. Ci sarebbe voluto un mix di intuizione e buonsenso, partendo da elementi semplici. Quasi banali. La famiglia Poggi ha sempre notato, a bassa voce per carità, le incongruenze dell’accusa che non voleva accettare la morte alle 9 del mattino. «Ma Chiara - ha sempre ripetuto la madre - era una ragazza metodica e anche quella mattina del 13 agosto avrebbe seguito il solito copione di tutti i giorni. Invece si è alzata, ha staccato l’allarme intorno alle 9.10 e stop».
Poi? Poi Chiara non fa più nulla. Non alza le tapparelle, anche se questo per lei era un gesto in automatico, non risponde al telefono e non chiama più nessuno, non invia Sms. Nulla. Chiara dalle 9.10 è un fantasma. Perché? Forse, la soluzione, terra terra, è che Chiara è morta a quell’ora. È quello che ha sempre pensato Gianluigi Tizzoni, il legale dei Poggi, e più sommessamente il papà e la mamma della ragazza. È, guardacaso, l’ora in cui l’anziana vicina di casa - ma ci sarebbe anche una seconda testimone - vede la famosa bicicletta appoggiata al muro di cinta della villetta.
La Procura ha sempre scartato quell’orario, la Procura ha sempre colpevolmente ritenuto inattendibile la signora, che ha sempre difeso la sua versione anche con i cronisti, la Procura non ha mai cercato quella bicicletta. Un atteggiamento tre volte incomprensibile.
Così tutta questa storia è andata avanti nel segno del paradosso. Più si scavava nella vita di Alberto Stasi, da sempre l’imputato unico, più ci si allontanava dalla verità. L’indagine è partita col piede sbagliato. I carabinieri hanno puntato subito su Stasi, sospettabile, sospettabilissimo, un colpevole perfetto, ma invece di circondarlo, l’hanno interrogato da testimone, hanno lasciato scorrere i giorni, hanno dato a lui, o a un altro eventuale assassino rimasto senza volto, il tempo per costruire un perimetro difensivo, hanno raccolto le prove in modo lento e approssimativo. Un disastro.
Ma il naufragio è arrivato con l’errore degli errori. La scelta di fermare Stasi, dopo un lungo stallo, scommettendo sulla carta più fragile: le tracce di sangue sul pedale della bici. Forse era sangue davvero, forse no, la Procura in quel caso ha forzato la mano con precipitazione senza aspettare le analisi complete. E il fermo si è trasformato in un boomerang, perché Stasi è stato scarcerato con le scuse. E a quel punto anche sul versante psicologico la partita è finita con la vittoria dell’imputato. La mossa che doveva metterlo spalle al muro, ha chiarito una volta per tutte che i Pm procedevano senza una strategia chiara.
Lo sforzo investigativo è stato immane, ma troppe energie sono state sprecate o mal indirizzate. Così il gip Vitelli si è ritrovato fra le mani un’inchiesta che non aveva accertato nulla. L’arma, mai ritrovata, il movente, solo ipotizzato, i tempi, sempre più ballerini. Un altro paradosso avvilente: lo sfoggio spettacolare della tecnologia più sofisticata per afferrare un pugno di mosche.
E a rendere più beffarda la storia ci sono i risultati delle ricerche sul Dna. A uccidere Chiara è stato Stasi o un assassino entrato con i guanti nella villetta. Alternative, stando al Dna, non ce ne sono. Vitelli ha cercato di puntellare l’impianto traballante, ma le rivelazioni degli scienziati hanno reso il caso più sfuggente di una saponetta. Soprattutto, i tecnici sono riusciti nella più difficile delle operazioni: combinando i dati del computer con l’orario sempre più vago della morte, hanno regalato ad Alberto un alibi su misura come un vestito sartoriale. E allora la Procura, sempre più in difficoltà, ha ridisegnato il film del massacro, costruendo una sceneggiatura sempre meno credibile. L’assoluzione lascia tutti i dubbi e non scioglie i nodi, sancisce solo il fallimento dell’apparato investigativo.