Statali in carriera: promosso uno su tre

da Milano

Il pubblico impiego terra dell'appiattimento, dell'egualitarismo, dell'assenza del merito accompagnata però da aumenti di stipendio generalizzati? Sembrerebbe tutto l'opposto, almeno se si guardano i dati sugli avanzamenti di carriera. Dal 2003 al 2005 il 34 per cento dei dipendenti pubblici ha avuto una promozione. Uno su tre. Una raffica di scatti retributivi che ha attraversato tutte le amministrazioni, anche se in misura diversa: minore in alcune (sanità 20 per cento, enti pubblici 23, enti di ricerca 29), maggiore in altri: ministeri più 36, università 55, polizia 68. Il vertice si tocca in due settori, gli enti locali (85 per cento) e le forze armate (88): in pratica, nel triennio nove militari su dieci hanno ottenuto avanzamenti.
Ma quello della Difesa è un settore molto particolare della pubblica amministrazione. Sono gli altri comparti che meravigliano, e la percentuale dei promossi fa impressione in un periodo in cui studiosi come Pietro Ichino hanno lanciato l'allarme sui cosiddetti "fannulloni" negli uffici pubblici e da più parti si invocano nuove autorità di valutazione, maggiori controlli e ulteriori riforme legislative che introducano verifiche di produttività e incentivi salariali effettivamente legati al merito. Non ci sono dunque soltanto i generosi aumenti di stipendio legati ai rinnovi del contratto, sempre piuttosto prodighi con i tre milioni di statali. Alle raffiche di miglioramenti retributivi si aggiungono ora anche le sventagliate di promozioni, in misura nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che avviene nelle imprese private.
La conseguenza inevitabile è il carico crescente sul bilancio dello Stato. Secondo l'Aran, l'agenzia che si occupa dei contratti delle pubbliche amministrazioni, in cinque anni lo stipendio medio del dipendente pubblico è salito del 13 per cento, all'incirca quanto l'inflazione. Se tuttavia nel conteggio viene inserito anche l'ammontare di promozioni e premi, il costo del lavoro è cresciuto del doppio. Molto più che nel settore privato, osserva il Messaggero che ieri ha pubblicato i dati.
Di questo meccanismo che appesantisce le casse pubbliche senza essere accompagnato da un riconoscimento del merito, bisogna ringraziare i precedenti governi di centrosinistra. Fu Franco Bassanini, ministro della Funzione pubblica in tre dei quattro esecutivi succedutisi tra il 1996 e il 2001, a varare (in accordo con i sindacati) la riforma del sistema amministrativo italiano che porta il suo nome. L'ordinamento professionale del pubblico impiego scattò nel 1998, con le promozioni trasformate in "progressioni economiche" automatiche.
Daniele Capezzone, presidente della commissione Attività produttive della Camera (in sciopero della fame dal 25 gennaio per i seggi non assegnati al Senato), parla di «impazzimento generale». «Temo che all'insuccesso del governo precedente seguirà un insuccesso ancora maggiore di questo esecutivo - dice il deputato radicale, uno dei "Volenterosi" -. Il Memorandum firmato dal ministro Nicolais mostra un progressivo cedimento al sindacalismo. Ma quando si paragona la mobilità alle deportazioni, come fanno certi sindacalisti, si ha il quadro di una Waterloo del pubblico impiego».
Molto critico è anche Maurizio Sacconi, senatore di Forza Italia esperto di questioni del lavoro. «La riforma Bassanini ha riclassificato i dipendenti pubblici ai livelli più alti e i sindacati, furbescamente, hanno avallato l'operazione. Lo scandalo è che ancora il settore pubblico mortifica le carriere e il merito. Anche l'accesso è sempre meno legato alle reali capacità: una volta si entrava per concorso, adesso si mettono in regola i precari e chi fa i concorsi è penalizzato».