Statali, si cambia. I fannulloni saranno retrocessi

Ecco il piano segreto del governo: stop agli scatti di carriera
automatici, premi ai migliori, marcia indietro per chi "non è idoneo". Ogni dipendente sarà valutato in base al rendimento. Più controlli
contro i finti ammalati: sopra una soglia di assenze può scattare il
licenziamento

Roma - Aumenti di stipendi solo quando sono meritati, stop ai passaggi di carriera automatici e, semmai, prevedere per i lavoratori non idonei al compito che svolgono una carriera con la marcia indietro. Dal ruolo (e relativo stipendio) di funzionario a quello di impiegato, ad esempio. Poi un giro di vite anche per quanto riguarda gli assenteisti, stabilendo limiti certi per i giorni di malattia, oltre i quali si può fare scattare il licenziamento.

Tutti i «piani industriali» comportano sacrifici. E nel caso di quello che il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta sta ultimando non mancherà un giro di vite sugli aspetti più patologici che riguardano il pubblico impiego. Il capitolo è ancora allo studio. Il testo del provvedimento (si parla addirittura di un decreto) non c’è ancora, ma nel dicastero già da un po’ si parla di alcune linee guida.
Qualcosa l’ha già detta il ministro Renato Brunetta. In particolare per quanto riguarda gli aumenti. Gli sgravi fiscali sugli straordinari, che per il lavoro privato sono stati già approvati dal governo ed entreranno in vigore quest’estate, andranno anche al pubblico impiego. Ma solo a quello «efficiente».

Tradotto in pratica, si tratterà di trovare dei sistemi certi per misurare le prestazioni dei singoli lavoratori (o dei singoli uffici) e legare i risultati agli incentivi e agli scatti di carriera. Ma ci potrebbe essere ancora di più. Come l’obbligo per le amministrazioni di fare arretrare quei dipendenti che non siano idonei a ricoprire le cariche e per questo siano stati destinatari di provvedimenti disciplinari.
C’è poi il problema dell’assenteismo. E in questo caso la soluzione potrebbe essere quella di aggirare gli ostacoli oggi rendono impossibile il licenziamento di chi si assenta troppo dal lavoro. Da una parte dovrà essere la legge (e non i contratti, frutto dall’accordo con i sindacati) a stabilire il tempo massimo della durata dei periodi di malattia oltre i quali scatta la risoluzione del rapporto. Dall’altra saranno resi molto più rigorosi i controlli medici, magari anche ricorrendo a medici o strutture private, ai quali dare il compito di scovare i finiti malati.

Ma nella pubblica amministrazione ci sono anche casi più gravi. Come quelli segnalati dalla Corte dei conti, di dipendenti pubblici condannati per gravi reati penali e ancora in servizio. I magistrati contabili negli anni passati hanno citato addirittura personale al lavoro nella scuola, con condanne per molestie su minori. Per questo nel piano dovrebbe passare anche il principio che i provvedimenti disciplinari contro i dipendenti devono essere del tutto scollegati dai processi penali. Oggi, prima di licenziare chi si è macchiato di gravi reati, spesso l’amministrazione è costretta ad aspettare l’ultimo grado in giudizio. Il governo vorrebbe fare in modo che sul posto di lavoro si paghi prima e con più certezza, salvo poi reintegrare o risarcire il dipendente in caso di assoluzione.

In questo quadro, i dirigenti - primo obiettivo dell’operazione trasparenza decisa da Brunetta, con la pubblicazione degli stipendi di quelli in carica nel suo dicastero - rivestiranno un ruolo di primo piano. A loro saranno dati poteri effettivi, ma anche responsabilità precise. Se non vigileranno sulla produttività ne saranno responsabili. Oneri ed onori, insomma. E criteri di selezione più restrittivi, compresa una maggiore autonomia rispetto ai sindacati.
A questo proposito, ce n’è anche per l’Aran, l’agenzia che cura le relazioni industriali dello Stato e quindi tratta con i sindacati nelle trattative per i contratti. Il piano mira a rafforzare l’indipendenza dell’Agenzia dalle organizzazioni dei lavoratori, con una lista di incompatibilità che potrebbe investire chi in passato è stato nell’organigramma dei sindacati.

Un piano tutto in attacco, quindi. Con un problema di fondo, verrebbe da pensare. Facile (forse) applicarlo ai ministeri, sui quali il governo ha un controllo diretto. Più difficile farlo recepire dalle regioni e dagli enti locali, che su questi temi hanno buoni margini di autonomia. E che rappresentano una fetta consistente del pubblico impiego.