Lo statalismo? Nacque sulle rovine dell'Europa

Dopo il 1918 fascismo, comunismo e nazismo sono accomunati dall'odio verso l'individualismo liberale. I conflitto mondiale segnò, anche per colpa di molti intellettuali, il tramonto del liberalismo

Giampietro Berti

È ormai unanimemente riconosciuto che il XX secolo ha avuto il suo vero e significativo inizio con la Grande Guerra. Fu questa, infatti, a conferire al Novecento quel carattere così duro e tragico che segnerà gli avvenimenti successivi al 1918, in modo particolare l’avvento dei regimi totalitari, rossi e neri. Va sottolineato il nesso immediato che corre tra la catastrofe della civiltà liberale europea, travolta, appunto, dalla guerra, e la nascita di visioni del mondo ad essa radicalmente contrapposte. Il comunismo, il fascismo e il nazismo sono prima di tutto accomunati da un odio radicale contro l’individualismo liberale, additato come la causa ideologica della legittimazione di una società, quella borghese, pervasa dal senso del limite e interessata soltanto al prosaico benessere, e quindi del tutto avversa a concezioni «eroiche» ed «estreme» del vivere sociale.

Una società, ricordiamolo, che apparve insignificante soprattutto agli occhi di moltissimi intellettuali, da sempre alla perenne ricerca di un senso forte e trascendente della vita. Perciò non si insisterà mai abbastanza nel sottolineare la loro enorme responsabilità nell’apologia del conflitto, concepito come una sorta di supremo cimento volto al riscatto della decadenza borghese e foriero, allo stesso tempo, della nascita di un «uomo nuovo», senza il quale non si riteneva possibile realizzare grandi imprese collettive.

Un’inquietudine, questa degli intellettuali europei, già manifestatasi da tempo con la crisi generale del positivismo e l’affacciarsi di correnti culturali pervase di irrazionalismo e di vitalismo, che avevano accentuato il rifiuto di una visione ordinata e pacifica del progresso umano. Fu questo il vero «male oscuro» che pervase la cultura occidentale, perché si trattò di qualcosa di più di un rifiuto del razionale; tale rifiuto proruppe, infatti, in un’ineffabile tensione rivolta verso un assoluto che non aveva nome, manifestandosi come un inquieto divenire privo di direzione. Si trattò di una tipica fenomenologia prodotta dagli effetti del disincanto del mondo e del procedere inesorabile della ragione. Di qui il rigetto tardo-romantico dell’istanza a-razionale di una volontà senza senso perché intrinsecamente smarrita, in quanto compiaciuta soltanto di se stessa.

Così, quando scoppiò la guerra, il conflitto venne salutato da molti come una giusta catarsi che finalmente avrebbe liberato l’umanità dalla sua insulsa quotidianità pantofolaia, priva di slancio corale e perciò negatrice di ogni immediata e personale affermazione di sé. Thomas Mann, Max Scheler, Sigmund Freud, Max Weber, Stefan George, Ernst Jünger, Henri Bergson, Georg Simmel, Émile Durkheim, Charles Péguy, Giovanni Gentile, Gabriele D’Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti - per citare solo alcuni tra i molti uomini di cultura del tempo che esaltarono l’escalation bellica - intravidero nella guerra, a vario titolo e con motivazioni diverse, una benefica svolta rigeneratrice.

Stefan Zweig ricorda che chi allora sostenne l’impresa militare ebbe la convinzione di «vivere un istante unico, nel quale ciascun individuo era chiamato a gettare nella grande massa ardente il suo io piccolo e meschino per purificarsi da ogni egoismo. In quel primo mettersi in marcia delle grandi masse c’era qualcosa di grandioso, di trascinante, di seducente perfino, cui era difficile sottrarsi». Thomas Mann percepì la guerra addirittura come «una visitazione divina». Scrisse: «guerra! Quale senso di purificazione, di liberazione, di immane speranza ci pervase allora! Era la guerra di per se stessa ad entusiasmare i poeti, la guerra quale calamità, quale necessità morale. Era l’inaudito, potente passionale serrarsi della nazione nella volontà di una prova estrema, una volontà, una radicale risolutezza quale la storia dei popoli sino allora forse non aveva conosciuto». Ernest Jones, uno dei maggiori biografi di Freud, sottolinea che il fondatore della psicoanalisi perse il controllo di sé: «si sarebbe supposto che un pacifico sapiente di 58 anni come Freud dovesse salutare la guerra con orrore \ la sua prima reazione fu quasi di giovanile entusiasmo. Era ebreo e disse di sentirsi tedesco per la prima volta in trent’anni. Sognò la distruzione di Parigi. Totalmente inebriato, non poté più pensare ad alcun lavoro». Max Scheler mise in rilievo la «radice vitale» della guerra con argomenti di tipo nietzschiano attinti alla filosofia della vita: «la vera radice di ogni guerra consiste in questo che nella vita stessa si trova una tendenza al rafforzamento, alla crescita, allo sviluppo. Tutto ciò che è morto o meccanico cerca solo di “conservarsi” mentre la vita o cresce o si spegne». Perfino un pacifista libertario come Martin Buber cavalcò l’onda dell’entusiasmo per la guerra, nella convinzione che essa avrebbe unito gli ebrei in una causa trascendente.

In realtà la guerra, seminando morte ed orrori come mai l’umanità aveva fino allora conosciuto (dal 1914 al 1918 morirono ogni giorno, in media, circa 1300 soldati, senza contare i civili: «l’inutile strage» la definì giustamente Benedetto XV), dimostrò non solo quanto fossero lontani dalla realtà i deliri di questi intellettuali, ma anche come essi avessero contribuito ad affossare una linea di progresso e di benessere portando l’umanità in una direzione tutt’altro che eroica ed estrema. La Grande Guerra, infatti, dimostrò l’insignificanza dell’azione umana, sia individuale che collettiva, perché a decidere le sorti del conflitto furono ben altri fattori, rappresentati soprattutto dalla potenza industriale. Di qui il nesso tra l’avvento della modernità e la guerra stessa.

Attraverso il conflitto si palesò la natura ambivalente del moderno rappresentato, appunto, dal suo simbolo più emblematico, la macchina, la cui potenza poteva essere indifferentemente asservita a progetti benefici o malefici. Nel caso della guerra, la sua forza distruttiva e spersonalizzante fu davvero terrificante. Grazie all’industrialismo e alla coscrizione obbligatoria, ovvero grazie all’unione sinergica fra il capitalismo e lo Stato nazionale, si dispiegò per cinque anni nei campi di battaglia una vera e propria apocalisse, come è ben dimostrato dall’ultimo libro di Emilio Gentile: L’apocalisse della modernità. La Grande guerra per l’uomo nuovo (Mondadori, pagg. 302, euro 27). Alla fine, ciò che apparve già allora a qualcuno evidente fu il venir meno di un’identità, quella della civiltà liberale europea, che aveva dato voce e forza alla borghesia.

La Grande guerra fu un buon affare per i rivoluzionari di destra e di sinistra, perché spalancò le porte alle loro creazioni, i regimi totalitari, attraverso la mobilitazione attivistica delle masse e la politicizzazione totale dei cittadini. Il totalitarismo comunista e fascista trasse dal conflitto gli insegnamenti decisivi sull’uso della violenza necessaria a travolgere tutte le faticose conquiste dell’individualismo liberale nel secolo precedente. La guerra provocò una generale statalizzazione della vita economica, politica e culturale per tutte le nazioni belligeranti e ciò risultò catastrofico, in modo particolare, per l’impianto culturale europeo, che perdette così ogni centralità. I colpi mortali assestati alla civiltà liberale - come profetizzò subito un grande pensatore, Guglielmo Ferrero - si dimostreranno decisivi per preparare la strada alla seconda guerra mondiale.