Gli Stati diventino soci delle banche ma niente «rifiuti»

Il capitalismo, diceva l’economista John Kenneth Galbraith, è il sistema che separa i cretini dal denaro. Formulazione efficace che riassume una legge fondamentale: in un’economia di mercato chi prende una decisione ne assume il rischio. E chi le decisioni le sbaglia, per stupidità o per eccesso di spregiudicatezza, come nel caso della crisi dei mutui americani, deve pagarne il prezzo. Solo così il capitalismo può esprimere la sua forza più caratteristica, quella di distruggere e ricreare continuamente ricchezza e sviluppo.
È proprio questo il limite maggiore del Piano elaborato negli Usa dal segretario al Tesoro Henry Paulson: non punire abbastanza, e anzi, paradossalmente premiare, azionisti e manager di banche e finanziarie che hanno innescato la crisi finanziaria e che oggi si aggrappano all’ancora di salvezza offerta dal governo. Negli anni passati, approfittando di falle e distrazioni regolamentari, gli istituti di credito hanno guadagnato barche di soldi speculando e concedendo prestiti in spregio a ogni buon senso. Oggi si ritrovano in bilancio miliardi di crediti che non valgono praticamente più nulla.
Fortunatamente (per loro) il provvidenziale Paulson si è offerto di ricomprare la spazzatura che figura nei loro libri contabili. Non al prezzo di mercato (che ovviamente è vicino allo zero) ma a quello sufficiente a salvare la pelle e i soldi di buona parte di loro. Che quindi potranno limitare i danni.
Nessuno discute la necessità di un intervento che eviti un effetto domino che travolgerebbe tutti (buoni e meno buoni). Molto discutibili, invece, le modalità, che rappresentano un caso lampante di disincentivo a comportamenti virtuosi nel futuro: i protagonisti del mondo della finanza imparano alla svelta la lezione, e adesso sanno che perfino in America corrono meno rischi di quanto si aspettassero. Volendo entrare nei dettagli, poi, l’acquisto dei crediti spazzatura avverrà a un prezzo che sarà stabilito da una commissione del Tesoro ma sarà frutto di un confronto-contrattazione con la banca interessata. E qui, paradosso ulteriore, i banchieri potrebbero avere il coltello dalla parte del manico: il Tesoro deve comprare per forza.
Per questo la proposta avanzata ieri sul Corriere della Sera da Lorenzo Bini Smaghi, l’italiano che siede nel comitato esecutivo della Banca centrale europea, appare molto più sensata: nel Vecchio continente il piano di salvataggio delle banche non deve riguardare l’acquisto delle poste di bilancio andate a male ma il capitale degli istituti stessi. Superando un tabù dovranno essere gli Stati ad acquisire la proprietà delle banche in difficoltà. Negli ultimi giorni si sono già mossi in questo senso Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo nei casi di Dexia e Fortis; Danimarca e Islanda in quelli di due istituti minori.
In questo modo la «punizione» per azionisti e manager sarà più effettiva: il prezzo di acquisto sarà quello stabilito dalla Borsa, che ha già «bastonato» a sufficienza tutti i titoli del settore. Una volta nel capitale sarà poi il socio pubblico a dettare le condizioni ed eventualmente a fare piazza pulita di manager troppo disinvolti e di superbonus ingiustificati. L’ulteriore vantaggio di questa strada è indicato dallo stesso Bini Smaghi nel suo intervento: una volta passata la bufera lo Stato avrà in mano non la carta straccia rappresentata da crediti inesigibili ma istituti ormai risanati e in grado di stare sul mercato. Al momento di venderli, e nessuno discute che questo momento debba arrivare prima possibile, potrebbe perfino guadagnarci.