Stati Uniti, le elezioni che fanno paura a tutti

Tutti hanno qualcosa da perdere. Anche chi vincerà, anche chi può ottenere un risultato storico. Le elezioni americane di Midterm del 2 novembre terrorizzano il presidente Barack Obama e il partito democratico. Spaventano i repubblicani, tengono sul filo il movimento populista del Tea Party che sembra lanciato e forte. Si fa campagna elettorale e si vota in un clima di paura. Non quella del terrorismo, né quella per l’economia che si riprende ma non abbastanza. È una paura tutta politica che parte da ora e si proietta già verso le presidenziali del 2012, quando Obama cercherà la riconferma alla Casa Bianca. Adesso, a due anni da quell’appuntamento, il presidente vive con angoscia il risultato che tutti i sondaggi danno per buono in questo momento: la Camera dei rappresentanti che finisce nelle mani del partito repubblicano, con un margine che va dai 45 ai 48 deputati. Se così fosse Obama perderebbe molto del suo potere legislativo nei secondi due anni del suo mandato. Potrebbe governare, certo. Però azzoppato da una probabile opposizione parlamentare che non gli permetterebbe di approvare riforme strutturali e mediaticamente rilevanti. Obama presidente a metà, ecco che cosa sarebbe. Aggrappato alla politica estera per raccontare all’America di meritare la riconferma nel 2012. Adesso Obama fa campagna elettorale per se stesso. Lui e Michelle in tour negli Stati chiave di queste elezioni. Viaggiano nei giorni in cui l’America dice che due terzi degli elettori che nel 2008 hanno scelto il presidente dichiarano che stavolta non voteranno democratico. Viaggiano nei giorni in cui si scopre anche che sia Hillary Clinton, sia il marito Bill, ora sono più popolari e ispirano di più gli americani.
È un periodo complicato per il presidente. Così come lo è per i leader del suo partito, tutti in preda a una crisi collettiva provocata dagli stessi sondaggi che mettono in ansia il presidente. Se Obama ha paura, i democratici provano terrore. Perché solo due anni fa avevano una salda maggioranza al Congresso che rischia di sfaldarsi al primo appuntamento elettorale. È la seconda volta che accade, perché nel primo midterm dell’amministrazione Clinton i democratici furono in grado di disperdere voti, seguito ed entusiasmo delle presidenziali del 1992. Persero il controllo del Congresso quella volta, che passò in mano ai repubblicani grazie alla rivoluzione conservatrice di Newt Gingrich. Fu un trionfo per il Gop, quello. Questo, invece, potrebbe essere un successo molto più annacquato e molto più amaro. Perché magari vinceranno i repubblicani: si prenderanno la Camera e creeranno scompiglio anche al Senato, ma se accadrà sarà probabilmente per merito di candidati che corrono per il partito conservatore, ma non ne identificano l’anima principale. Perché sono vicini più al movimento populista anti-tasse e anti-governo del Tea Party che all’establishment repubblicano. Il che non può piacere al Gop per due motivi: perché i Tea Party dentro il Congresso non saranno gestibili dal partito e soprattutto potrebbero creare molti danni in chiave presidenziali 2012. Perché se i repubblicani non sceglieranno un anti-Obama vicino alle posizioni più estremiste potrebbero perdere il consenso di chi ha appoggiato i Tea Party in queste elezioni e perché se sceglieranno un populista capopopolo che piace al movimento rischieranno di perdere i voti degli elettori più moderati e soprattutto degli indecisi. Come a dire che vincere così adesso potrebbe significare perdere l’appuntamento più importante tra due anni.
Bel caos, quindi. Un caos dentro il quale c’è anche lo stesso Tea Party che in questo voto di midterm è lanciato: secondo il New York Times i candidati vicini al movimento potrebbero prendere 41 seggi (33 deputati e 8 senatori). Potrebbero, perché in molti distretti e in molti Stati la partita si gioca fino all’ultima scheda. Mostra sorrisi e forza, il grande agglomerato Tea Party. Però ha paura ugualmente, come gli altri. Se non trionfa non può dettare l’agenda del partito repubblicano. E forse non può orientare la scelta del prossimo candidato alla presidenza.