Gli Stati Uniti, i manager e la coperta corta

Sergio Marchionne ha detto di non aver problemi a dividere il suo tempo, in futuro, tra la gestione di Fiat e quella di Chrysler. Parlare con l’altra parte del mondo, con le nuove tecnologie (videoconferenze, palmari ecc), è l’ultimo dei problemi. E lo stesso vale per le celebrate capacità del top manager torinese di rapportarsi con la realtà americana, che ben conosce e che più volte (leggi Gm) lo ha corteggiato. Ma il problema che l’ad del Lingotto sta già affrontando, in vista della chiusura dell’accordo con Chrysler, è quello della squadra che lo affiancherà nella nuova avventura. È vero che da un po’ di tempo a questa parte i manager di Fiat sono abituati a portare più «cappelli», ma a conti fatti il numero delle persone su cui Marchionne può contare è sempre lo stesso. Tenuto anche presente di chi, per una ragione o per l’altra, ha lasciato il gruppo (Luca De Meo, Giuseppe Bonollo, Antonio Baravalle e Roberto Ronchi, tanto per citare gli ultimi casi). Senza contare uomini di esperienza, come Paolo Monferino (Iveco e in passato Cnh, quindi con un background Usa) e Gianni Coda (acquisti), ma prossimi alla pensione. Alfredo Altavilla, che ha seguito passo dopo passo i negoziati con Chrysler e, recentemente, ha vissuto più tempo negli Stati Uniti che in Italia, è considerato, dopo Marchionne, il punto fisso del team in via di formazione. Ma Altavilla ha altri due «cappelli» non di poco conto e strategici: le alleanze internazionali e Fiat Powertrain Technologies. E così vale per gli altri uomini del Lingotto e di Mirafiori, alcuni dei quali già «travasati», con diversi ruoli, nella controllata Cnh dalle parti di Chicago. In più sono da considerare i temi caldi in Italia a cui, una volta rimessa in moto la macchina dopo la crisi, bisognerà trovare una soluzione: Pomigliano e Termini, la cassa integrazione, il rafforzamento dell’alleanza italo-americana con l’apertura a un gruppo europeo, la Cina, gli accordi in Russia, la nuova gamma prodotti. E tutto questo con la solita coperta. Sembra che Marchionne si stia guardando attorno, alla ricerca di rinforzi. Non è da sottovalutare, infine, l’impatto che il futuro ad di Chrysler avrà con quello che resterà dell’attuale management Usa.
Un primo messaggio Marchionne lo ha lanciato ieri («Chrysler ha bisogno di una struttura manageriale snella come quella di Fiat»). Accetterà la «cura» un manager come Jim Press, attuale presidente di Chrysler, tra i più pagati e ambiziosi negli Usa? A raddoppiare, poi, non saranno solo gli incarichi, ma anche gli occupati (oltre 100mila tra Italia e Usa nell’auto) e le fabbriche da gestire (60). E i problemi. Marchionne, comunque, il suo progetto lo ben chiaro in mente.