Lo statista mai capito

Un tempo si diceva che Ciriaco De Mita era la testa più lucida della Democrazia cristiana; e coloro che sospettavano che quella definizione fosse dettata più dall’aspetto del cranio che dal suo contenuto, venivano accusati di essere degli incolti incapaci di scorgere il genio politico. De Mita era - «doveva» essere - il futuro della Dc, anzi del Paese: l’uomo che avrebbe spazzato via la vecchia logica delle correnti, delle clientele, dei giochi di potere.
Con lui il destino è stato cinico e baro. La sua parabola politica è stata quello che è stata - non esaltante, insomma - e ora pare concludersi con l’accusa di aver riesumato proprio i più logori intrallazzi della peggior Dc d’antan: i congressi taroccati, i voti fantasma dei falsi iscritti. Intendiamoci: lungi da noi l’intenzione di anticipare il verdetto su questa brutta storia dei falsi iscritti della Margherita. Siamo garantisti con tutti, anche con De Mita. Però resta il fatto che, a 78 anni suonati, De Mita è messo sul banco degli imputati dai suoi stessi colleghi di partito, che gli rimproverano di aver gestito le sezioni della Campania come le gestivano gli indimenticati ras di una volta, e cioè come feudi personali.
Non è solo una questione di correttezza o scorrettezza. Qui è in gioco anche la fama di grande stratega politico di cui per anni De Mita ha goduto, grazie alla benedizione dei giornaloni perbene. Ci spieghiamo. Nel centrosinistra si sta discutendo della nascita del partito democratico. C’è chi è favorevole e chi non lo è. De Mita non lo è. Posizione legittima, naturalmente. Ma in quale modo De Mita starebbe contrastando il progetto? Con argomenti convincenti? Con l’intuizione di nuove alleanze? Ma no: sempre secondo coloro che lo accusano, la strategia sarebbe quella di far votare anche falsi iscritti alla Margherita per poi presentarsi al congresso del partito con un peso più rilevante, in modo da avere più forza nel far fallire il progetto. Se questo è il genio politico di De Mita, non aveva torto Gianni Agnelli quando lo definì «un intellettuale della Magna Grecia» per sottolinearne i bizantinismi involuti.
Eppure, una ventina d’anni fa erano in molti - specie a sinistra - a manifestare ammirazione per i tortuosi discorsi di De Mita. La pronuncia era quello che era, ma la prosa era anche peggio. Pur non potendo ammetterlo pubblicamente per non fare la figura degli ignoranti, molti si rendevano conto che di quei discorsi non si capiva nulla. Lo stesso De Mita, avvertito di tanti imbarazzi per il suo elòquio, cercò un giorno di spiegarsi: «Io non escludo che il mio modo di esprimermi, volendo recuperare la complessità non delle astrazioni, ma delle analisi e della situazione... Una professoressa dell’Università di Roma ha scoperto che il mio linguaggio è innovativo rispetto alla realtà, perché non è la liturgia del suono, ma il tentativo di analizzare le situazioni». Se questo doveva essere il modo per fare chiarezza, pezo el tacòn del buzo, come dicono in Veneto.
Nelle rare volte in cui parlava in modo più diretto, i suoi giudizi erano sprezzanti: «Craxi è un fascista, un fascista come stile», disse del suo grande rivale. A Berlusconi appiccicò invece l’etichetta di «socialista», che in bocca a lui non era un complimento. Ma proprio l’essere rivale di Craxi e Berlusconi guadagnò a De Mita la simpatia e l’appoggio di uno dei grandi tessitori della politica italiana: Eugenio Scalfari. Mal gliene incolse, perché - seguendo una consolidata tradizione - la sponsorizzazione di Scalfari si rivelò essere un bacio della morte. Forte della campagna a suo favore fatta da Repubblica, infatti, la Dc di De Mita perse - alle politiche del 1983 - il 6 per cento dei voti e ben 37 deputati, scendendo sotto il 33 per cento. Una decimazione, e per quei tempi un minimo storico.
Ma, nonostante la memorabile batosta, De Mita rimase in sella e nel biennio 1988-89 riuscì a cumulare le due cariche di segretario della Dc e di presidente del Consiglio, diventando «l’uomo più potente d’Italia». Solo il Giornale non accettò di baciargli la pantofola. Indro Montanelli ebbe con lui polemiche e processi. In un memorabile «fondo» intitolato «Messaggio di padrino» contestò a De Mita il tentativo di tappare la bocca al Giornale. Scrisse che quel fondo aveva lo scopo di «avvertire l’onorevole De Mita (e il verbo vada inteso come usa dalle sue parti) che questi metodi da padrino andranno bene a Nusco e coi compari di Nusco; a Milano, e con noialtri, sono destinati a fare plaf». Una frase che costò a Montanelli una condanna a un milione di lire per diffamazione; ma anche un’ulteriore medaglia da parte dei lettori.
Dio non voglia che De Mita risulti davvero colpevole di quel che i dirigenti della Margherita gli contestano. Ma il percorso politico dell’ex «uomo più potente d’Italia» pare dar più ragione a Montanelli piuttosto che a Scalfari.