LO STATISTA? SI FA COSÌ

«Io voglio un tetto per ogni famiglia, del pane per ogni bocca, educazione per ogni cuore, luce per ogni intelligenza». Berlusconi non si stupisca se, nel momento in cui si accinge a guidare il Paese, gli propongo come estrema sintesi di programma il pensiero d’un anarchico, giustiziato ingiustamente nel 1927 e riabilitato soltanto mezzo secolo dopo. Credo che il nuovo capo del governo, come del resto il suo avversario Walter Veltroni, condividano quelle semplici, altissime parole, pur non avendole mai pronunciate in campagna elettorale.
Ora che Berlusconi ha vinto, senza ombre né paure per il futuro della legislatura, occorre che le parole tornino a essere parole, nel senso più antico e più bello. È anche questo uno dei segreti dei grandi statisti, e Berlusconi ha dichiarato che vuole passare alla storia come statista. Negli ultimi anni in Italia le parole hanno significato sempre meno, subito adulterate dagli slogan. Occorre tornare a parlare senza paura che le proprie parole suonino naïf o stonate rispetto al disinganno e alla sacra stanchezza di chi ha il tetto che gli si crepa in testa, si rompe i denti sul pane duro, ha il cuore corrotto dal dolore di giorni sempre uguali o peggiori e l’intelligenza in cantina in attesa che diventi di una buona annata. È ora di riprendere le parole per quello che sono, specchi fedeli delle idee che ci rendono uomini, senza scuse o recriminazioni, con la fiducia e l’entusiasmo che merita chi - davanti a una frase come quella di Bartolomeo Vanzetti - ha ancora «un piccolo brivido fra carotide e petto», come mi ha scritto una giovane scrittrice, segnalandomela. Sono le parole, prima ancora delle azioni, a provocare i fatti.
«Voglio passare alla storia come uno statista», ha detto Berlusconi il giorno della vittoria, e sono parole che aspettavamo da lui fin dal 1994, quando scese in campo. Ora può realizzare quel sogno, per sé e per noi, anche per chi gli è ostile. E allora gli voglio ricordare una frase di un grande statista, l’ultimo che abbiamo avuto in Italia, ormai oltre mezzo secolo fa, Alcide De Gasperi: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione». Guardare alla prossima generazione non significa soltanto assicurare pensioni, lavoro, case. Certo, anche quello. Ma anche, se non soprattutto, «educazione per ogni cuore, luce per ogni intelligenza».
Un politico mette la nazione al proprio servizio, uno statista si mette al servizio della nazione. È questo che dovrà fare Berlusconi: essere al servizio della nazione e del suo futuro. Tutta la nazione, anche quella che gli è più avversa, quella che – avendo perso ogni rappresentanza in Parlamento – userà sempre più i sindacati come strumento di lotta politica. E che non bisogna considerare come se avesse torto a priori. Berlusconi diventerà un grande statista se saprà pensare al cuore e all’intelligenza degli italiani, di tutti gli italiani, e non solo ai loro bisogni economici.
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