È stato in carcere da innocente e ora attacca i pm che lo hanno rovinato Berlusconi: «Una commissione accerti se i magistrati sono eversivi»

Venne arrestato nel ’93 nel pieno di Tangentopoli dai pm della Procura di Milano. Era un giovane sindaco dell’hinterland. Subì 50 giorni di carcerazione e cinque anni di calvario giudiziario. Una vita rovinata, sul piano politico e personale. Risultato: assolto, era completamente innocente. Questo signore si chiana Roberto Lassini, è il presidente dell’associazione che ha stampato e affisso per Milano il manifesto con la scritta: «Via le Br dalle procure», slogan che evoca quella frase sul «brigatismo giudiziario» pronunciata da Berlusconi pochi giorni fa all’uscita dal processo Mills. L’abbiamo rintracciato, oggi ci racconta la sua storia. Che non è quella di un pericoloso criminale, di un fanatico. È la vicenda di un uomo che ha vissuto sulla sua pelle (al momento dell’arresto era appena sposato e aveva un figlio di pochi mesi) la violenza dei pm politicizzati, arroganti e intoccabili. Quelli della stessa procura che oggi vuole distruggere Silvio Berlusconi postdatando la data di una presunta corruzione (Mills), che intercettano il premier violando la legge, che spiano la gente e fanno passare per reati relazioni tra adulti consenzienti.
Alfano, ministro della Giustizia, ieri ha detto che quest’uomo non ha nessuna giustificazione. Comprendo il suo ruolo, ma mi permetto di dissentire. Chi finisce in galera non solo ingiustamente, ma pure per motivi politici, ha qualche diritto in più a parlare di ministri, giornalisti e intellettuali. Le Brigate Rosse volevano sovvertire i governi con la lotta armata di mitra. Certi magistrati oggi vogliono raggiungere lo stesso obiettivo con la lotta armata di avvisi di garanzia, sentenze e manette. Questi ultimi e la sinistra da ieri urlano allo scandalo, nascondendosi dietro la memoria dei colleghi eroi che caddero sotto i colpi delle Br negli anni Settanta. Il valore di quegli uomini noi l’abbiamo ben chiaro, erano persone che non volevano sovvertire i risultati elettorali ma che, all’inverso, stavano dalla parte degli elettori, difendendo lo Stato da un attacco militare e politico extraparlamentare. Attacco al quale, tra l’altro, avevano strizzato l’occhio (a volte non solo quello) proprio quei soloni che oggi si indignano per il manifesto, ma che all’epoca non presero tutte le distanze dai brigatisti, definendoli solo come «compagni che sbagliano». Su questo punto non accettiamo lezioni da nessuno. Per difendere il lavoro di quei magistrati il fondatore e direttore de Il Giornale, Indro Montanelli, fu gambizzato, e non tutti a sinistra provarono dispiacere.
Roberto Lassini non è un compagno che sbaglia. È un uomo incazzato che non vuole vedere ripetere su altri l’ingiustizia che ha subìto. Ed è comunque meglio di Marco Travaglio, che rivendicò il diritto all’odio quando Massimo Tartaglia scagliò una statuetta in faccia a Berlusconi durante un comizio a Milano. Rivendichiamo per Lassini almeno la libertà di opinione concessa a Travaglio. Che comunque è meno pericolosa della libertà di violenza che certe procure si sono prese.