Lo Stato finanzia, il pubblico boccia

Giro di pareri tra gli ex commissari che valutavano i progetti. «Un bel copione non basta per un buon prodotto». «Pentiti di parecchie decisioni»

Michele Anselmi

da Roma

Al regista Claudio Fragasso saranno fischiate le orecchie. Del suo nuovo film Concorso di colpa, uscito venerdì, Maurizio Porro scrive sul Corriere della Sera: «Il vero concorso di colpa è quello della commissione di esperti governativi che ha concesso il denaro pubblico giudicando meritevole un’agghiacciante sceneggiatura di Rossella Drudi. Tutto è inverosimile, qualunquista, pieno di luoghi comuni, con molesti agganci alla realtà».
Il concetto fa il paio con quanto un altro recensore, Adriano Ercolani, ha consegnato a un sito Internet specializzato: «A modo suo, Concorso di colpa potrebbe entrare di diritto nella storia recente del cinema italiano: si tratta, infatti, del più imbarazzante film finanziato dal ministero dei Beni culturali nel nuovo millennio». Purtroppo hanno ragione entrambi. Pronto da quasi due anni, il film - un poliziesco che si muove tra l’oggi e gli anni di piombo, miscelando sensi di colpa, omicidi politici, fanatismo ideologico e contestazione no-global - è indifendibile da ogni punto di vista; e la presenza del redivivo Francesco Nuti in chiave drammatica, dopo la lunga impasse legata a problemi di depressione, non aiuta granché, anzi.
Dice: non tutte le ciambelle riescono col buco, specie al cinema. Certo, ma qui è in ballo anche una discreta cifretta sborsata dallo Stato secondo i dettami della vecchia legge: all’incirca 2 milioni e mezzo di euro. Non che Concorso di colpa sia caso isolato, intendiamoci. Negli ultimi tre mesi sono usciti parecchi film rimasti «congelati»: nati male, senza distribuzione, eppure generosamente finanziati fino all’80 per cento del budget dalle commissioni - di centrosinistra e di centrodestra - che si sono succedute a via della Ferratella prima della riforma Urbani del 2004. Qualche titolo? E ridendo l’uccise di Florestano Vancini (3 milioni di euro), Fratella e sorello di Sergio Citti (2 milioni di euro), La porta delle sette stelle di Pasquale Pozzessere (3 milioni di euro), A luci spente di Maurizio Ponzi (2 milioni).
Ora, al di là degli incassi lillipuziani in buona misura prevedibili con l’aria che tira, ci si chiede: possibile che i vari esperti chiamati a esprimere il loro parere sulla qualità delle sceneggiature non si siano mai accorti di nulla, così aprendo di fatto la via al corposo finanziamento? «Ha ragione Porro. Trovai spaventoso il copione di Concorso di colpa, si capiva a occhio che non doveva diventare un film e infatti votai contro insieme a Carlo di Carlo» rievoca Giovanna Gagliardo, commissaria nel biennio 2002-2003. Poi cosa accadde? «Gli altri membri della commissione lo fecero passare a maggioranza, sostenendo che bisognava rilanciare il film di genere. In questo caso, il noir. Ma non è con una teoria che si reinventano i generi. Servono registi, sceneggiatori, tecnici».
Conferma Claudio Sorrentino, «voce» di Mel Gibson e John Travolta, a lungo esperto ministeriale prima d’essere ingaggiato come consulente personale per il cinema dal ministro Buttiglione. «A me parve una sceneggiatura ben fatta. Prima si facevano film solo a Cuba o sotto gli alberelli. Così, insieme ad altri, pensai fosse giusto dar credito a Fragasso. Veniva da un grande successo di pubblico come Palermo-Milano solo andata, la storia camminava, l’intrigo politico si sposava a un clima di suspense, e poi c'era il ritorno di Nuti dopo tante traversie. Abbiamo sbagliato? Forse. Sono a disposizione per essere fucilato da Porro. Ma vorrei ricordare che una bella sceneggiatura non basta, da sola, a fare un bel film». Domanda: lei l’ha visto, finito, Concorso di colpa? «No. Ho chiesto però le cassette di tutti film da noi finanziati per farmi un’idea. Lo stesso, credo, dovrebbero fare i colleghi della commissione precedente, quando governava il centrosinistra».
In effetti, i sopra menzionati film di Ponzi, Pozzessere, Citti e Vancini risalgono alla stagione Melandri, quando in commissione sedeva il critico Callisto Cosulich. Il quale, sul tema, la pensa tranquillamente così: «Sono d’accordo con André Bazin, i film sono come la maionese, ogni tanto impazziscono». Per dire, insomma, che la semplice valutazione del copione non basta a garantire la bontà del risultato. Nondimeno è andato a vedere tutti i film che promosse. «Anche se non ci si occupava della parte economica, volevo capire se avevamo visto giusto». Nessun pentimento? «Parecchi. Senso 45 di Tinto Brass era una stupenda sceneggiatura, il film un disastro. Quanto ai titoli che mi cita, be’, difendo E ridendo l’uccise e A luci spente, che trovo rispettabili. Mi ha deluso, invece, La porta delle sette stelle. Così ambizioso sulla carta, così inconsistente sullo schermo».
Cosulich preferisce non parlare di soldi, ritenendo che il cinema d'autore vada comunque aiutato, sia pure riducendo la quota statale. Come poi è accaduto con la legge Urbani. A proposito della quale l'attuale responsabile della Direzione cinema, Gaetano Blandini, teorizza: «Guardi, leggendo una sceneggiatura si può sempre sbagliare. L'importante è ridurre al minimo la percentuale di errori e mai sfondare il tetto di spesa. Per farlo abbiamo applicato il reference system anche alla commissione, puntando sulla professionalità dei suoi componenti». Infatti, bontà delle nuove norme a parte, risulta che Gianni Boncompagni sia un gran esperto di cinema...