Stato indiano paga i criminali in cambio della resa

Gaia Cesare

Un omicidio ogni due ore. Uno stupro ogni sei. Banche rapinate in media una volta al giorno. In più il record indiano di sequestri di persona: oltre 30mila dal 1992. Sono i dati che hanno spinto il governo dello Stato del Bihar, fra i più poveri di tutta l’India e certamente il più insicuro del Paese, a decidere di correre ai ripari e offrire ai criminali denaro in cambio della resa. Il tariffario è già stato stabilito: 10mila rupie (quasi 190 euro, in una zona in cui si vive con poco più di 4mila rupie in un anno) per i delinquenti che si arrendono, e una quota aggiuntiva per ogni arma riconsegnata alle autorità. Quindicimila rupie per pistole semiautomatiche Ak47, 25mila rupie per una rifle, tremila per pistole e revolver più comuni. Infine la possibilità di ottenere una sorta di «stipendio» mensile di tremila rupie se si dice definitivamente addio al crimine.
Il risultato? Sono già 191 i criminali che in cambio di contanti hanno trattato la resa, siglata alla presenza del capo del governo locale, Nitish Kumar, e circa 90 le armi riconsegnate alle autorità. La strategia - ribattezzata cash-for-criminals (contanti in cambio di delinquenti) - sembra aver già prodotto un primo bilancio positivo, ma accompagna ad accese polemiche. «Commettere un crimine, poi arrendersi e ricevere pure del denaro dal governo... », dice sconcertato uno dei leader dell’opposizione, Shakuni Chaudhuri, lasciando intendere come la scelta si commenta da sola. Il sospetto è che la strategia, più che diventare un deterrente, si trasformi piuttosto in un’istigazione al crimine per molti cittadini che, a scopo di lucro, decidessero di improvvisarsi criminali per poi trattare la resa.
Dal canto suo, invece, l’esecutivo si difende sostenendo che il provvedimento fa parte di un piano molto più ampio finalizzato alla riabilitazione dei criminali. Parte del denaro stanziato come ricompensa finirà in un conto corrente bancario che il malvivente gestirà assieme a un membro affidabile della propria famiglia. Le autorità si sono tra l’altro offerte di provvedere alle spese per l’istruzione primaria dei figli dei delinquenti coinvolti nel curioso scambio. E soprattutto - ci tiene a dire un ufficiale di polizia, Anil Kumar Sinha - «i criminali non saranno esonerati da un regolare processo giudiziario». «Il nostro è un modo per far capire a chi si macchia di reati che arrendersi alle forze dell’ordine è meglio che aspettare la cattura e quindi la naturale e logica conclusione dei loro casi», precisa.
Il primo ministro Kumar - che nei primi cento giorni di governo, dopo l’insediamento a novembre, ha dovuto fronteggiare 141 sequestri di persona e 400 omicidi, è convinto che questa sia l’unica strada per combattere un’emergenza ormai tristemente ordinaria nel Bihar.
Con un reddito medio di 94 dollari l’anno, contro i 255 del resto dell’India, oltre il 42% della popolazione di questo piccolo Stato nel nord-est del Paese vive sotto la soglia di povertà, anche a causa del rigido sistema delle caste, che impedisce un’equilibrata distribuzione della ricchezza. Una povertà che si è aggravata dall’anno 2000, quando la parte sud dello Stato indiano, la più ricca di minerali e quella industrialmente più avanzata, si è separata per formare lo Stato di Jharkhand.