Stato laico, Ciampi riapre la breccia di Porta Pia

«Quel giorno si è realizzato il sogno risorgimentale»

Massimiliano Scafi

da Roma

Poche parole, una trentina appena. Solo un accenno, giusto un piccolo richiamo storico: «Mentre cantavamo tutti insieme l’inno di Mameli - dice Carlo Azeglio Ciampi in diretta tv - il mio pensiero è corso alla data di oggi, anniversario di quel 20 settembre 1870, e a Roma, diventata capitale dell’Italia unita in compimento del sogno risorgimentale». Soltanto un ricordo, felpato, prudente, la veloce celebrazione dei 135 anni della breccia di Porta Pia e della fine del potere temporale della Chiesa. Di più il capo dello Stato non può dire, nel merito delle polemiche lui certo non può entrare. Ma basta e avanza per ribattere al cardinale Ruini, per replicare alla presa di posizione su famiglia e Pacs, che, al di là del merito, il presidente giudica inopportuna: tanto che ora risponde con una frase aggiunta all’ultimo momento, nel bel mezzo del tradizionale discorso sull’inizio dell’anno scolastico.
Del resto, come la pensi sui rapporti tra le due sponde del Tevere il cattolicissimo Ciampi lo ha spiegato direttamente a Benedetto XVI, quando il Pontefice è andato in visita ufficiale al Quirinale: «La delimitazione dei rispettivi ambiti rafforza la capacità delle autorità della Repubblica e delle autorità religiose di svolgere appieno le rispettive missioni e di collaborare per il bene dei cittadini». E lo ripete adesso, dopo aver inviato una corona d’alloro a Porta Pia, parlando dentro la solenne cornice del Vittoriano, monumento simbolo dell’Italia laica. Una decisione inusuale, una scelta forte: l’ingresso a Roma dei bersaglieri, lo scontro armato tra piemontesi e zuavi papalini, sono una ferita che nemmeno i Patti Lateranensi riuscirono a suturare. La ricorrenza quindi, per una forma di delicatezza diplomatica, in genere non viene ricordata e a Porta Pia ogni anno ci vanno solo i radicali.
Stavolta però Ciampi ha voluto marcare l’avvenimento, proprio per riaffermare le radici non confessionali dello Stato. Lo sostiene Luciano Violante: «Indipendentemente da quanto ha detto il cardinale Ruini, le parole del capo dello Stato sono un forte richiamo alla laicità della Repubblica, cosa alla quale dobbiamo tenere in modo particolare». Lo ammette indirettamente anche Rocco Buttiglione: «Se le frasi del presidente sono una risposta a Ruini, si tratta di una risposta sfumatissima». E un «grazie a Ciampi» arriva dai radicali, dal Prc, dal Pdci.
Bandiere, telecamere, ministri, mille studenti, la squadra di calcio del Livorno. Per la settima volta Ciampi, dopo aver calciato il pallone che gli hanno portato i ragazzi di Donadoni, dà il calcio d’avvio all’anno scolastico. Presidente, gli chiedono, sarà qui all’Altare della Patria anche l’anno prossimo? «Se mi invitate, vedrò di venire». Intanto ne approfitta per dire la sua pure su immigrazione, terrorismo e riforme. L’Italia, spiega, sta in mezzo al Mediterraneo, «un mare che ha unito genti più di quanto abbia diviso». Quindi, «può dare un contributo importante alla diffusione della cultura della pace nel mondo». «Abbiamo dato prova - insiste - della capacità di accogliere, di elaborare e di esprimere valori etici che superano l’esame del tempo. Con le innumerevoli migrazioni ci siamo vicendevolmente arricchiti, pur restando diversi e orgogliosi delle proprie particolari tradizioni».
Le nostre classi sono cambiate, stanno diventando multietniche. «Tendete la mano ai giovani stranieri che vivono in mezzo a noi. La scuola, anche con il vostro aiuto, contribuirà a renderli cittadini responsabili. Sono venuti per ricevere ma pure per dare». Non bisogna chiudersi, aggiunge: «Sempre più spesso, nei banchi accanto a voi, siedono ragazzi i cui genitori, fuggendo da situazioni di miseria o alla ricerca di libertà, sono arrivati da Paesi lontani. Anche tanti dei nostri padri furono emigrati, in cerca di migliori fortune. Non la nostra storia, fate che la fiducia sia più forte della paura». Una paura con la quale conviviamo: «La risposta sta nella fermezza, ma anche nella forza della ragione e nello spirito di amicizia con i diversi da noi». Chiude con un consiglio per le riforme: «Dialogo e confronto per trovare l’equilibrio tra innovazione e continuità. Questa è la sfida affascinante».