«È stato lui a chiedere di morire così ha tradito i principi cristiani»

Monsignor Fisichella spiega i motivi del no alle esequie religiose: «Non è suicidio, eutanasia contraria alla fede»

da Roma

«Con tristezza non abbiamo concesso le esequie cattoliche per Welby. È stato un atto di responsabilità e di fedeltà al nostro credo. Ma ciò non significa affatto che la Chiesa non preghi per lui, per la salvezza della sua anima, per i suoi congiunti che ora sono nel dolore». Il vescovo Rino Fisichella, rettore della Pontificia università Lateranense e cappellano della Camera dei deputati, spiega in questo modo il comunicato con cui il Vicariato di Roma ha negato i funerali a Piergiorgio Welby. Una decisione che ha suscitato polemiche e interrogativi, anche tra i fedeli.
Perché questo rifiuto?
«Quello di Piergiorgio Welby è diverso dai tanti casi di suicidio, nei quali è sempre estremamente difficile poter accertare le motivazioni e il grado di consapevolezza di chi si toglie la vita. Spesso questa consapevolezza non è certa. Per Welby, invece, era chiarissima: c’è stata un’ostinata reiterazione nel chiedere la propria morte, un’esplicita consapevolezza nel negare i principi fondamentali della fede cristiana riguardanti il valore della vita e il senso della sofferenza. Un cristiano non può accettare il principio dell’eutanasia che invece Welby ha fatto proprio e ha chiesto».
Mi scusi: non crede che anche nel suo caso ci si potesse interrogare sul grado di consapevolezza? In fondo si trattava di uomo provato da decenni trascorsi immobilizzato a letto...
«Non credo sinceramente che si possa dubitare sulla consapevolezza di Welby. Tutti coloro che lo hanno incontrato, che lo hanno visitato, hanno sempre potuto osservare la sua lucidità e la sua volontà, espressa ripetutamente, per iscritto. Lui stesso aveva detto che avrebbe preferito avere un funerale laico e credo che sia giusto rispettare la sua decisione».
Monsignore, la Chiesa non rischia così di sembrare poco misericordiosa?
«No, perché la Chiesa non cessa di pregare per Welby, per la salvezza della sua anima. Dobbiamo ben distinguere la decisione di non celebrare le esequie religiose dall’atteggiamento di condivisione del dolore di una famiglia, alla quale va il nostro affetto e la nostra preghiera. Ci appelliamo alla misericordia di Dio. La misericordia della Chiesa si esprime nella preghiera per l’anima di Welby e per i suoi congiunti. Bisogna però comprendere che noi dobbiamo essere fedeli ai contenuti costitutivi della nostra fede e così come non siamo autorizzati a dare la comunione a un fedele divorziato risposato, così non possiamo celebrare i funerali di una persona che in modo così chiaro e ripetuto ha dichiarato la sua volontà di porre fine alla propria vita, com’è alla fine accaduto».
C’è chi considera la negazione del funerale una risposta «politica» della Chiesa a una vicenda che è stata volutamente politicizzata.
«La Chiesa non si presta ad alcuna strumentalizzazione in questo senso. La nostra decisione, lo ripeto, è stata determinata dalla fedeltà alla fede che professiamo. Mi sembra che siano stati altri a strumentalizzare e politicizzare questa dolorosa vicenda, non senza qualche punta di cinismo. Vorrei però anche aggiungere che l’affidarsi alla misericordia di Dio pregando per Welby, in questo giorno di vigilia del Natale, festa di vita, diventa un annuncio di speranza anche per chi non condivide la nostra fede e per i tanti malati che si trovano nelle stesse condizioni di Welby ma vogliono continuare a vivere, sorretti dall’affetto di tante persone».
È stato riferito che prima di perdere coscienza Welby si è affidato alla misericordia di Dio.
«Non ne ero informato, ma se ciò è accaduto non posso che gioirne. Nel momento estremo e supremo della morte anche chi non crede avverte la nostalgia di Dio».