È stato un malore a provocare la morte del professor Cerulli

È stato probabilmente un malore improvviso a provocare, mercoledì sera, la morte del professor Nicola Cerulli, primario della seconda Divisione di Urologia del Policlinico. Ad accorgersi per primo del dramma è stato proprio il figlio del professore, medico anche lui, che era stato messo sull’avviso dalla sorella, preoccupata perché aveva un appuntamento con il padre che, però, da qualche ora non rispondeva al cellulare. Il medico si è recato nel reparto e ha lui stesso aperto la porta con una spallata. Nicola Cerulli era riverso in terra e aveva probabilmente battuto la testa dopo aver perso i sensi mentre tentava di iniettarsi un farmaco nella giugulare. Sul pavimento c’era infatti una traccia di sangue. Il noto urologo aveva utilizzato un farmaco contenuto nel suo armadietto personale, all’interno della sua stanza: elemento, questo che rafforza l’ipotesi del malore improvviso. Grazie alla sua esperienza, il professore pensava di risolvere da solo l’emergenza senza dover chiedere l’aiuto di nessuno.
La ricostruzione, quindi, sembra escludere del tutto l’ipotesi del suicidio, avanzata in un primo momento dagli investigatori. Nessuna conferma neppure sul tipo di farmaco che il professore stava utilizzando: per i risultati degli esami tossicologici ci vorranno almeno tre settimane. «Depressione? Ma per carità, è un’ipotesi da escludere nel modo più totale - spiega la figlia Rossella -. Mio padre era un uomo pieno di vitalità, stava progettando assieme a noi un viaggio negli Usa per andare a visitare il Grand Canyon. Una persona così non può avere il minimo proposito suicida». Ma c’è di più. Il professor Cerulli proprio mercoledì aveva comperato degli utensili che gli sarebbero serviti per riparare il motore di una vecchia barca. «Abbiamo trovato gli scontrini e gli stessi utensili in macchina - è ancora Rossella che parla -. Quindi aveva probabilmente intenzione di andare a Civitavecchia il giorno successivo. Mio padre amava molto il mare e aveva una vera passione per la sua barca della quale si occupava in prima persona. Come si fa, di fronte a questi elementi, a ipotizzare che volesse togliersi la vita?». Quanto alla pensione, ormai prossima, vale lo stesso discorso. Nicola Cerulli era un uomo che non si dava mai per vinto. Su questioni come l’assistenza, la didattica e la ricerca aveva dovuto spesso rivolgersi al Tar, che gli dava sistematicamente ragione. Negli «anni di piombo» era spesso preso di mira dal famigerato «Collettivo di medicina», ma lui non aveva paura di nulla: durante le occupazioni, a volte gli era capitato di dover scavalcare i muri di cinta per andare a curare i suoi pazienti. Professore ordinario di Urologia e primario della Seconda Divisione di Urologia, si era trasferito a Roma da Firenze assieme al suo maestro Ulrico Bracci, uno dei padri dell’Urologia Italiana, al quale intitolò, poi, il reparto. Nicola Cerulli fu il primo negli Anni Sessanta a fare la dialisi a Roma: fondò il centro dialisi del Policlinico Umberto I perché profondamente convinto della necessità di strutture pubbliche efficienti e in grado di salvare numerosissime vite umane, soprattutto di persone in attesa di trapianto del rene. Insomma, un idealista votato alla causa ospedaliera che ha sempre trascurato l’attività privata.